A Siracusa, l’inganno delle nozze di Ifigenia

teatrosrAssistere agli spettacoli al teatro greco di Siracusa significa vivere un’emozione che si rinnova, ogni volta uguale e diversa. Supplici di Eschilo, Ifigenia in Aulide di Euripide e Medea di Seneca – i drammi del 51° ciclo organizzato dall’Istituto nazionale del dramma antico (Inda) in corso fino al 28 giugno – sono tre storie piuttosto differenti tra loro, anche se almeno un paio di temi scorrono comuni alle tre opere rappresentate. Da un lato, come osserva il consigliere delegato dell’Inda, Walter Pagliaro, nel suo articolo “Progettare l’antico” (nel volume di presentazione del ciclo di spettacoli dell’Inda), si può parlare di trilogia del mare, facendo riferimento alla sua «terribilità»: «superficie inquietante e immobile nell’Ifigenia, marea incontrollabile e funesta nella Medea, risacca di profughi in cerca di asilo nelle Supplici». Aggiungerei che si può trovare un altro filo rosso nel tema del matrimonio, visto dalla parte delle donne (in tutte e tre le tragedie sono figure forti, nonché i personaggi chiave): nozze vagheggiate nella «Ifigenia», dove però si rivelano solo strumento di un inganno; nozze calpestate nella «Medea», dove la rottura dell’antico legame tra Medea e Giasone e la stipula di un nuovo patto coniugale per mera convenienza diventano il motore primo della follia che genera la tragedia; infine nozze aborrite nelle «Supplici», dove le figlie di Danao rifiutano di diventare mogli dei cugini contro la propria volontà.

Ifigenia in Aulide

La tragedia di Ifigenia, la figlia di Agamennone, che il padre si convince a sacrificare per consentire – secondo un oracolo di Artemide – la partenza della flotta greca verso Troia, è una delle ultime opere di Euripide (e forse nemmeno da lui completata). Conseguì la vittoria al concorso delle Grandi Dionisie nel 405 o nel 403 a.C., quando il drammaturgo era già morto. Una delle sue creature più riuscite, la definisce Albin Lesky nella “Storia della letteratura greca”.

La storia di Ifigenia si inserisce nella grande epopea della guerra troiana, e l’episodio narrato nella tragedia euripidea rappresenta una tappa preliminare della spedizione; ma il pubblico greco dell’antichità trovava anche – nel risentimento che Clitemnestra accumulava nei confronti del marito – uno dei motivi remoti della vendetta che la donna si prenderà poi – sostenuta e istigata dall’amante Egisto – uccidendo Agamennone al suo ritorno da Troia insieme con la concubina Cassandra.

scenarioL’allestimento siracusano, grandi navi scure e cupe tirate in secca sulla spiaggia sabbiosa, ci porta subito all’atmosfera tesa nei pressi dell’accampamento dei soldati greci, impazienti di partire. La festosità dell’ingresso del coro di donne calcidesi, con costumi sgargianti, è l’unico momento di serenità dello spettacolo: il catalogo degli eroi ricorda quello dell’Iliade, con la maggiore vivacità insita in un dialogo scenico. Ma più che il coro, Euripide privilegia l’intreccio che nasce dal dialogo tra i personaggi.

Ifigenia (Lucia Lavia) viene fatta venire da Argo dal padre Agamennone (Sebastiano Lo Monaco) con il pretesto di darla in sposa ad Achille (Raffaele Esposito) per non svelarle il destino di vittima sacrificale. La giovane giunge al campo dei soldati accompagnata dalla madre Clitemnestra (Elena Ghiaurov): solenne e degno di principesse il loro arrivo in scena, mentre risulta subito evidente che la presenza della moglie rende impossibile ad Agamennone una comoda gestione dell’inganno delle finte nozze. Alla gioia di Ifigenia nel rivedere il padre e alla soddisfazione di Clitemnestra per la nobile parentela che la famiglia dovrebbe acquisire fanno riscontro le parole impacciate e ambigue di Agamennone, ormai incapace di gestire la situazione.

ringIn un confronto serrato – ambientato in uno spazio che sembra un ring delimitato da confini infuocati – Clitemnestra tocca tutte le corde per far recedere Agamennone dall’orrendo proposito (dalla propria fedeltà coniugale alla impossibilità di una vita serena in famiglia per Agamennone con le altre due figlie dopo avere ucciso la sorella maggiore, fino alla incongruenza di sacrificare una figlia, vergine innocente, per permettere che Menelao recuperi la moglie infedele), poi Ifigenia stessa cerca di commuovere il cuore del padre: ma la ragion di Stato vince ogni umano sentimento.

Nel complesso, tra un Agamennone ondivago e debole e un Achille preoccupato solo della propria fama, a colpire lo spettatore contemporaneo sono le umanissime parole della madre Clitemnestra e della figlia Ifigenia, vittima designata del sacrificio umano, retaggio di un’epoca percepita come arcaica già da Euripide. Lo strazio della madre non si placherà neppure con il racconto del misterioso salvataggio di Ifigenia (sostituita con una cerva da Artemide nel momento in cui sta per essere uccisa), di cui viene comunque privata: «Figlia, allora sei stata portata tra gli dei? Con che nome ti dovrò invocare?». E ancora, dubbiosa: «Ma come faccio a credere che queste non siano favole, inventate per consolarmi, perché io cessi dal mio dolore inestinguibile?»

Molti personaggi cambiano opinione nel corso del dramma, in un modo che alla sensibilità contemporanea appare non sempre coerente: Agamennone oscilla tra l’angoscia del padre e il senso del dovere del comandante (ruolo che peraltro ha ricercato, come gli contesta il fratello Menelao); Achille – ben lontano dall’eroe omerico – ha paura solo che il suo nome resti legato al falso matrimonio utilizzato per attirare in trappola Ifigenia e, dopo le iniziali promesse di aiuto alla vittima designata, si mostra incapace di governare la reazione rabbiosa dei soldati (persino dei suoi Mirmidoni) all’ipotetica rinuncia al sacrificio umano; lo stesso Menelao sembra convincersi che la sua pretesa di uccidere Ifigenia, perché lui possa andare a riprendersi la moglie fedifraga, sia quanto meno discutibile. Fino alla stessa Ifigenia che dalla supplica al padre, per non essere uccisa, passa alla rivendicazione di un ruolo sacrificale, per permettere il successo della spedizione militare, facendo suo l’argomento di Agamennone: la spedizione è necessaria perché i barbari capiscano che non possono impunemente fare razzia di donne greche. Il tentativo di scavo psicologico del personaggio da parte di Euripide qui appare poco chiaro, e già Aristotele lo biasimava nella Poetica. Dopo avere infranto la morale nobile ed eroica, con un sentimento moderno («è meglio vivere male che morire bene»), Ifigenia si convince all’improvviso che dal suo sacrificio dipenda il futuro della Grecia. Sulla rappresentazione finale dell’Ifigenia siracusana è possibile tuttavia nutrire più di un dubbio: ritenere – come il regista Federico Tiezzi spiega nel volume di presentazione degli spettacoli – che Ifigenia sia una sorta di “jihadista” che si immola per il bene della sua patria mi pare francamente una forzatura, che paragona e accosta situazioni molto differenti. Oltre tutto le vesti arancioni assunte dal coro e il mascheramento nero del boia che mima il gesto di tagliare la gola alla ragazza richiamano orrori contemporanei fuorvianti rispetto al significato della tragedia (e opposte anche rispetto all’Ifigenia “jihadista”: le vittime dei boia neri sono loro “nemici”). Volere a tutti i costi mostrare una scena di sangue non necessaria (c’è già il racconto del messaggero) e travisandone il significato, non mi è parso coerente con la bella ambientazione (scena e costumi) che hanno caratterizzato tutto il resto della tragedia.

Annunci