Farmaci, la concorrenza è parte della cura

Recensione del volume di Luca Arnaudo e Giovanni Pitruzzella sull’attività dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato nel campo dell’industria farmaceutica, sullo sfondo della recente sentenza del Consiglio di Stato che ha confermato la multa per due colossi del settore per attività anticoncorrenziale. L’articolo è stato pubblicato oggi su Avvenire, nelle pagine di Economia.

concorrenzaLa recente sentenza del Consiglio di Stato (n. 4990/2019, sezione sesta) che ha messo la parola fine alla vicenda Avastin-Lucentis (confermando la multa di circa 180 milioni di euro a carico di Roche e Novartis) è solo l’ esempio più recente, e forse dei più significativi, dell’azione dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) nel campo dell’ industria farmaceutica. Un settore poco esaminato fino a non molti anni fa, ma che tocca aspetti di notevole rilevanza per la giustizia sociale e la democrazia. Lo sottolinea il volume La cura della concorrenza. L’industria farmaceutica tra diritti e profitti (Luiss University Press, p. 167, 2019, 18 euro) opera dei giuristi e docenti universitari Giovanni Pitruzzella (dal 2011 al 2018 presidente dell’Agcm, ora avvocato generale presso la Corte di giustizia della Ue) e Luca Arnaudo, tuttora funzionario dell’Agcm.
Due i diritti in gioco: da un lato quello del cittadino di poter accedere ai migliori trattamenti che il progresso scientifico-tecnologico mette a disposizione, costituendo spesso la disponibilità dei farmaci un discrimine per esercitare la tutela della salute, principio fondamentale di molte carte costituzionali (compresa quella italiana) e di trattati internazionali. Dall’altro quello delle imprese di vedere tutelati sia i diritti di proprietà intellettuale della ricerca industriale sia gli investimenti effettuati per lo sviluppo di nuovi farmaci. Delineata brevemente l’evoluzione sia della produzione industriale dei farmaci sia del diritto antitrust, gli autori esaminano una serie di casi affrontati (e spesso sanzionati) dalle Autorità a tutela della concorrenza negli Stati Uniti, nell’Unione Europea e in Italia in relazione a tre condotte: intese tra imprese concorrenti, abusi del potere di mercato di un’ azienda, concentrazioni eccessive di potere economico perseguite attraverso fusioni e acquisizioni di imprese.
Il caso Avastin-Lucentis – illustrato nel volume – era stato sanzionato nel 2014 dall’Agcm. Entrambi i farmaci sono anticorpi monoclonali (il secondo è un frammento del primo), frutto della ricerca della statunitense Genentech. Avastin (commercializzato da Roche fuori dagli Usa) era stato registrato nel 2007 come antitumorale, ma ne era stata scoperta l’efficacia anche contro una grave malattia della vista, la degenerazione maculare senile (Dms), per la quale ne venne permesso l’ uso off-label (cioè fuori dalle indicazioni per le quali il produttore aveva chiesto l’ autorizzazione all’ immissione in commercio). Lucentis invece (commercializzato da Novartis fuori dagli Usa) nel 2008 era stato registrato per l’uso oftalmico, ma a un prezzo di gran lunga superiore a quello di Avastin (una iniezione di Avastin costava 80 euro, una di Lucentis quasi 25 volte di più). La presenza di un farmaco specifico fece decadere la possibilità di uso off-label di Avastin, che fu eliminato dalla rimborsabilità del Servizio sanitario. L’ indagine Agcm giunse alla conclusione dell’esistenza di una strategia concertata delle due aziende per mantenere indicato per uso oftalmico solo Lucentis, anche amplificando i dubbi sulla sicurezza di Avastin per uso oftalmico.
Va precisato che Roche controllava e poi acquisì Genentech, a cui Novartis pagava le royalty sulle vendite di Lucentis; in più Novartis è azionista al 30% di Roche. Ora le due aziende, pur rispettando la sentenza, hanno ribadito di avere sempre operato correttamente.
A parte i casi specifici, l’interesse del libro sta nell’aver illustrato una materia complessa ma molto più vicina alla vita dei cittadini di quanto si immagini (manca solo un capitolo che chiarisca l’attività dell’Agenzia italiana del farmaco e della European medicines agency). Tra le altre questioni affrontate, la difficoltà di calcolare il prezzo dei farmaci (che sono pagati in massima parte da enti pubblici), le controversie sulla durata della protezione brevettuale, la complessità delle istruttorie antitrust e l’aleatorietà delle sanzioni (la Ue ha multato per 60 milioni di euro nel 2005 AstraZeneca per aver ostacolato la concorrenza su un suo farmaco, che nel solo anno 2000 generò nel mondo un fatturato di 6 miliardi di dollari). L’ auspicio degli autori è che, avendo l’antitrust una funzione solo di sentinella, si giunga a un «piano normativo», a livello sovranazionale, in grado di garantire quella concorrenza che costituisce «un mezzo potente per garantire il soddisfacimento di diritti di accesso a beni essenziali», quali i farmaci.

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C’è un gene di speranza per l’Alzheimer

La ricerca condotta da un team italiano svela il ruolo nello sviluppo dei neuroni svolto da una proteina finora ignota, una scoperta che potrebbe avere importanza anche per gli studi sulla più comune forma di demenza. La mia intervista al professor Fabio Benfenati, pubblicata oggi su Avvenire

Benfenati Fabio, Research Director of Neuroscience and Brain Technologies at IIT.
Fabio Benfenati

La ricerca scientifica in ambito neu­rologico è tra le più complesse e delicate: studia malattie neurode­generative che compromettono le funzioni cerebrali, con effetti a vol­te devastanti, ma trova enormi difficoltà a individuare molecole veramente effi­caci. Per questo è da salutare con inte­resse la scoperta di un team multidisciplinare italiano che ha individuato un ge­ne e una proteina (il lavoro è pubblica­to su Cell Reports) che sono implicati nel­lo sviluppo neuronale e che potrebbero avere un ruolo nella patogenesi della malattia di Alzheimer. Proprio per la forma di demenza più comune si è registrata nei giorni scorsi la rinuncia del colosso far­maceutico Pfizer a proseguire le ricerche (anche il ministro della Salute Beatrice Lorenzin si è detta preoccupata). Il neu­rologo Fabio Benfenati, responsabile del Centro di neuroscienze e tecnologie sinaptiche dell’Istituto italiano di tecno­logia (Iit) di Genova, spiega il significa­to di questo studio – in collaborazione tra Iit di Genova, Università di Genova (Silvia Giovedì) e Università Vita-Salute San Raffaele di Milano (Flavia Valtorta) – e gli ostacoli che motivano le mosse delle aziende farmaceutiche. «Obietti­vamente è molto difficile trovare farma­ci efficaci per la cura delle patologie neu­rologiche – osserva Benfenati, che inse­gna Neurofisiologia all’Università di Ge­nova –, di molecole ce ne sono vera­mente poche, e gli enormi costi della ri­cerca non vengono ripagati».

La vostra ricerca porta qualche spe­ranza negli studi sulle malattie neurologiche. Come è nata?

È partita da una collaborazione con un gruppo americano di bioinformatica che metteva in relazione prodotti genici sco­nosciuti con funzioni possibili, che de­vono però essere valutate sperimental­mente. Di questo gene APache non si sa­peva nulla e quindi non entrava nean­che negli screening genici: abbiamo vi­sto che è espresso solo dai neuroni, e con una serie di studi di localizzazione e funzionali abbiamo visto che è una proteina molto importante per il traffi­co di membrana, cioè l’attività che le cel­lule svolgono incessantemente durante la crescita e nella trasmissione sinaptica. Il traffico di membrana è un’attività con­tinua nei neuroni, sia durante lo svilup­po per crescere le complesse arborizza­zioni che formano i circuiti nervosi, sia nel trasferimento delle informazioni in cui vescicole di neurotrasmettitore ven­gono rilasciate a frequenze talora altis­sime.

Dove intervengono il gene e la protei­na che avete studiato?

Quando un neurone nasce è una cellu­la sferica, poi comincia a emettere pro­lungamenti come fossero rami di un al­bero: questi processi, guidati dalla cre­scita del citoscheletro (lo scheletro cel­lulare), implicano aggiunta di membra­na. I neuroni, sia in vitro sia nei vari stra­ti della corteccia, se sono privati di que­sta proteina vanno incontro a processi abortivi, e hanno difficoltà a elaborare i prolungamenti. Nei neuroni maturi i neurotrasmettitori sono contenuti in ve­scicole sinaptiche che devono fondersi con la membrana cellulare per liberare il proprio contenuto, e la cui membra­na deve poi essere rimossa dalla mem­brana cellulare per formare nuove vesci­cole. In questo traffico di membrana A-Pache interviene nei processi che servo­no a rigenerare le vescicole, interagendo con la proteina adattatrice AP2 alfa, che serve al recupero delle vescicole. 

Cosa succede se manca?

Stiamo studiando se muta­zioni a carico del gene APa­che possano causare patologie dello sviluppo cerebrale, co­me encefalopatie epilettiche. E poiché APache è molto im­portante per la sopravvivenza dei neuroni, stiamo studian­do se nelle patologie neuro­degenerative ci sono altera­zioni primarie di questa pro­teina. Dati preliminari su tes­suti umani di malattia di Alzheimer mo­strano effettivamente diminuzioni neilivelli di questa proteina.

Pfizer ha deciso di rinunciare alle ri­cerche sull’Alzheimer. Cosa ne pensa?

Stupisce perché era una delle aziende con la ricerca più avanzata. Altre indus­trie, come Roche o Gsk, avevano già li­mitato notevolmente gli investimenti nel campo delle neuroscienze. Tra il tempo e i finanziamenti necessari per la ricerca di molecole efficaci per il sistema nervoso e quello necessario per le sperimenta­zioni di fase I, II e III passano almeno die­ci anni, mentre la durata del brevetto non supera i venti anni. Evidentemente per un ente profit il tempo per lo sfrut­tamento economico non è sufficiente per ripagare gli enormi costi della ricer­ca, anche se la diffusione di queste pa­tologie è in grande aumento.

Studi come il vostro possono far in­vertire la rotta?

In effetti la ricerca sul sistema nervoso ri­schia di essere sviluppata per lo più in ambito accademico (università ed enti di ricerca) da realtà che tuttavia non pos­sono sostituire la ricerca industriale. Pos­sono stimolarla e fornire spunti, ma lo sviluppo industriale delle nuove terapie, che include i lunghi processi di speri­mentazione nell’animale e nell’uomo, può essere sostenuto solo dalle aziende farmaceutiche. Peccato che in Italia i finanziamenti per la ricerca di base e pre­clinica siano molto scarsi e che vi sia po­ca sinergia tra industria e accademia.