Edipo trova la pace a Colono, ma la sua vita disgraziata resta un mistero

Inda

Il 54° ciclo di spettacoli classici al teatro greco di Siracusa curati dall’Istituto nazionale del dramma antico (Inda) comprende quest’anno due tragedie, Edipo a Colono di Sofocle ed Eracle di Euripide, e la commedia I cavalieri di Aristofane. La presentazione del direttore artistico dell’Inda Roberto Andò parla della «scena del potere», anche se Edipo ne è ormai estraneo, solo di fronte ai problemi esistenziali, ed Eracle, al culmine della gloria, viene stravolto dalla follia. Un tema su cui insiste anche il grecista Luciano Canfora sottolineando nel suo intervento («Tiranno, eroe, governo: ascesa e declino«) il rischio che il governante saggio ed equilibrato si trasformi in sovrano assoluto, in tiranno, generando un tragico corto circuito. Delle due tragedie peraltro, mi pare opportuno sottolineare anche il tema della disgrazia in cui possono cadere i potenti, e della difficoltà nel sopportare il peso di sciagure irrimediabili. Un discorso che chiama in causa il destino dell’uomo rispetto a volontà che appaiono a lui superiori, si chiamino dei o fato.

Il dramma di Sofocle che racconta l’ultimo atto della vita di Edipo è una tragedia molto particolare. Non c’è infatti un vero e proprio evento di sangue: Edipo muore, ma senza soffrire, quasi “beato”, pacificato con gli dei che avevano oscuramente determinato la sua vita a un destino di parricida e incestuoso. La tensione tragica si proietta sulla guerra fratricida che incombe tra Eteocle e Polinice, destinati a uccidersi a vicenda, distruggendo la famiglia di Edipo. Ma il testo di Sofocle è anche molto altro: costituisce un omaggio del poeta novantenne alla sua patria, quel borgo di Colono, di cui il tragediografo era originario, e dove si trovava una “tomba di Edipo”, in un luogo caratterizzato dall’aura di soprannaturale per un bosco sacro, dove si percepiva la presenza delle dee “innominabili”, le Eumenidi (trasformazione benefica delle Erinni). E di Atene celebra la gloria non solo nella figura del mitico re Teseo, ma anche nei canti corali: dall’ambiente naturale rigoglioso di Colono e in generale dell’Attica al rispetto religioso che caratterizza l’intera città, consacrata ad Atena, ma che onora l’intero pantheon olimpico. A una meditazione sulla fragilità umana sono dedicati gli ultimi due canti corali, composti da un uomo che vedeva ormai vicino l’ultimo traguardo. La tragedia – che fu rappresentata postuma verosimilmente nel 405 a.C. – risente della mancanza di un’ultima revisione dell’autore, come nota Giulio Guidorizzi in diversi punti del suo commento (pubblicato nella collana “Scrittori greci e latini” della Fondazione Valla-Mondadori). E secondo Albin Leski (nella sua «Storia della letteratura greca») «non si può ignorare che il legame fra le varie parti sia meno solido che nelle opere del periodo migliore; anche la continuità e la scioltezza dello sviluppo drammatico non sono le stesse». Peraltro «in virtù della sua generale intonazione lirica questa tarda tragedia contiene alcune perle della poesia corale sofoclea».

20180525_192747_001Edipo (Massimo De Francovich) giunge a Colono, sobborgo di Atene, presso un boschetto sacro, nella condizione di vecchio cieco e malandato, accompagnato dalla figlia Antigone (Roberta Caronia), che costituisce il sostegno indispensabile alla sua sopravvivenza. Capisce di essere arrivato al luogo della sua morte, secondo quanto gli avevano predetto gli oracoli. L’arrivo dell’altra figlia Ismene (Eleonora De Luca) ricompone un nucleo di pietà familiare contrapposto ai figli maschi che non hanno difeso il padre, preoccupandosi solo di prendere il potere su Tebe. Ma il percorso di Edipo verso una fine che ponga fine alle sue sofferenze è ancora irto di ostacoli: innanzi tutto deve farsi accettare dalla nuova comunità cittadina, e cerca di liberarsi dello stigma che lo marchia protestando vigorosamente la sua “innocenza”, perché inconsapevole che fosse Laio e che fosse suo padre l’uomo che egli anni prima aveva ucciso, e tanto meno che Giocasta fosse sua madre. Alla iniziale presa di distanza degli abitanti di Colono, preoccupati della contaminazione del supplice, fa da contraltare l’accoglienza che gli accorda il re Teseo (Sebastiano Lo Monaco), che porta in scena i valori dell’umanità ateniese. A cercare di riportare Edipo nella lotta per il potere a Tebe giungono prima Creonte (Stefano Santospago), poi il figlio Polinice (Fabrizio Falco): ancora un oracolo aveva predetto che la vittoria sarebbe toccata a chi avrebbe potuto contare sul sostegno di Edipo. In due scene successive il vecchio ma ancora iroso Edipo – reso anche più sicuro dall’essere stato integrato tra i cittadini stranieri di Atene – rifiuta ogni tentativo di essere sostegno di una delle parti in causa: Creonte è rappresentante della città governata da Eteocle, che rifiutando di rispettare il patto dell’alternanza ha provocato la reazione di Polinice, che si prepara a muovere guerra alla sua patria. Tuoni a cielo sereno avvisano Edipo che è giunta l’ora della fine: si allontana accompagnato da Teseo e dalle figlie e un messaggero (Danilo Nigrelli) riferirà della sua misteriosa scomparsa, senza dolore, in un luogo noto solo al re ateniese.

IMG_4944L’allestimento siracusano del regista greco Yannis Kokkos, da tempo attivo in Francia, si fa apprezzare innanzi tutto per la qualità degli interpreti. In scena per quasi tutto il dramma, De Francovich riesce efficace in tutto il registro drammatico: da quando compare mendico e sfinito a quando supplica il coro dei cittadini di Colono di accoglierlo, dall’invettiva contro Creonte e Polinice all’accettazione della chiamata finale degli dei verso la sua morte misteriosa. Anche Roberta Caronia (già Antigone nel 2009, la precedente rappresentazione dell’Edipo a Colono a Siracusa, una delle ultime presenze su un palcoscenico di Giorgio Albertazzi) difende appassionatamente il diritto del padre a trovare finalmente pace. Bravo Stefano Santospago a mostrare il volto odioso e ipocrita del potere, che usa le persone per i propri scopi: vestito in modo elegante, ma accompagnato da uomini armati, non esita a rapire le figlie di Edipo quando vede preclusa la via della persuasione. Sebastiano Lo Monaco troneggia calmo ma deciso nel proteggere il suo ospite e nel rendergli giustizia. Fabrizio Falco, roso dalla rabbia verso il fratello, spera invano che il padre abbia dimenticato il trattamento ricevuto dai figli. Meno convincenti mi sono parse invece altre scelte: se l’enorme busto di spalle che domina il palcoscenico allude efficacemente a Edipo che si appresta a lasciare la scena del mondo, non altrettanto comprensibile è lo svolgimento di tutta l’azione drammatica all’interno di quel perimetro “sacro” da cui all’inizio i coloniati fanno allontanare il supplice. La torretta militare e il filo spinato orientano preciso l’attenzione sul tema del confine e della difesa armata, trascurando però la bellezza di un ambiente incantevole e fiorente (ben noto al pubblico ateniese perché si trovava a breve distanza dal teatro in cui si rappresentava la tragedia). Anche i costumi, con un prevalere complessivo di tonalità scure e neutre (a parte Creonte), trasmettono un senso di uniformità che mi pare contrastare con la vivacità del testo sofocleo: a parte l’ovvia modestia dell’abbigliamento degli esuli, quello del re Teseo, ma anche quello degli ateniesi e che lo accompagnano e dei coloniati che lo attendono, meritavano forse maggior risalto.

Una riflessione finale sul destino di Edipo è ineludibile. Il potente sovrano che era precipitato nell’orrore di due delitti esecrabili nella tragedia più nota (Edipo re) appare qui un reietto, e ormai prossimo alla fine. Tuttavia – in modo misterioso – gli dei gli hanno assicurato non solo una morte a suo modo “eroica”, ma anche che il suo corpo rappresenta un valore, un bene inestimabile per chi lo ospiterà (agli ateniesi non poteva sfuggire il ricordo della vittoria militare conseguita contro i tebani nel 407 a.C. anche grazie all’intervento – si diceva – del fantasma di Edipo). Tuttavia pare un “riscatto” che non ripaga lo sventurato figlio di Laio e la sua (e nostra) sete di giustizia. Il testo di Sofocle, peraltro spesso presentato in una anomala trilogia con Edipo re e Antigone (composte decenni prima), contiene inoltre una delle affermazioni più cupe del pessimismo umano (traduzione scenica di Federico Condello per l’Inda): «Non essere mai nati è la fortuna che supera ogni altra. Ma se l’uomo viene alla luce, ritornare presto là da dove è venuto è la migliore sorte che ti rimane» (vv. 1224-8). Per quanto si tratti di espressioni tipiche, come osserva Guidorizzi, di una tradizione della poesia lirica (per esempio Teognide), sembra di leggere una resa circa la possibilità di una comprensione del reale: siamo ben lontani da qualche consolatoria interpretatio christiana per la sorte di Edipo, opportunamente rifiutata dal traduttore Condello.

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A Siracusa, l’inganno delle nozze di Ifigenia

teatrosrAssistere agli spettacoli al teatro greco di Siracusa significa vivere un’emozione che si rinnova, ogni volta uguale e diversa. Supplici di Eschilo, Ifigenia in Aulide di Euripide e Medea di Seneca – i drammi del 51° ciclo organizzato dall’Istituto nazionale del dramma antico (Inda) in corso fino al 28 giugno – sono tre storie piuttosto differenti tra loro, anche se almeno un paio di temi scorrono comuni alle tre opere rappresentate. Da un lato, come osserva il consigliere delegato dell’Inda, Walter Pagliaro, nel suo articolo “Progettare l’antico” (nel volume di presentazione del ciclo di spettacoli dell’Inda), si può parlare di trilogia del mare, facendo riferimento alla sua «terribilità»: «superficie inquietante e immobile nell’Ifigenia, marea incontrollabile e funesta nella Medea, risacca di profughi in cerca di asilo nelle Supplici». Aggiungerei che si può trovare un altro filo rosso nel tema del matrimonio, visto dalla parte delle donne (in tutte e tre le tragedie sono figure forti, nonché i personaggi chiave): nozze vagheggiate nella «Ifigenia», dove però si rivelano solo strumento di un inganno; nozze calpestate nella «Medea», dove la rottura dell’antico legame tra Medea e Giasone e la stipula di un nuovo patto coniugale per mera convenienza diventano il motore primo della follia che genera la tragedia; infine nozze aborrite nelle «Supplici», dove le figlie di Danao rifiutano di diventare mogli dei cugini contro la propria volontà.

Ifigenia in Aulide

La tragedia di Ifigenia, la figlia di Agamennone, che il padre si convince a sacrificare per consentire – secondo un oracolo di Artemide – la partenza della flotta greca verso Troia, è una delle ultime opere di Euripide (e forse nemmeno da lui completata). Conseguì la vittoria al concorso delle Grandi Dionisie nel 405 o nel 403 a.C., quando il drammaturgo era già morto. Una delle sue creature più riuscite, la definisce Albin Lesky nella “Storia della letteratura greca”.

La storia di Ifigenia si inserisce nella grande epopea della guerra troiana, e l’episodio narrato nella tragedia euripidea rappresenta una tappa preliminare della spedizione; ma il pubblico greco dell’antichità trovava anche – nel risentimento che Clitemnestra accumulava nei confronti del marito – uno dei motivi remoti della vendetta che la donna si prenderà poi – sostenuta e istigata dall’amante Egisto – uccidendo Agamennone al suo ritorno da Troia insieme con la concubina Cassandra.

scenarioL’allestimento siracusano, grandi navi scure e cupe tirate in secca sulla spiaggia sabbiosa, ci porta subito all’atmosfera tesa nei pressi dell’accampamento dei soldati greci, impazienti di partire. La festosità dell’ingresso del coro di donne calcidesi, con costumi sgargianti, è l’unico momento di serenità dello spettacolo: il catalogo degli eroi ricorda quello dell’Iliade, con la maggiore vivacità insita in un dialogo scenico. Ma più che il coro, Euripide privilegia l’intreccio che nasce dal dialogo tra i personaggi.

Ifigenia (Lucia Lavia) viene fatta venire da Argo dal padre Agamennone (Sebastiano Lo Monaco) con il pretesto di darla in sposa ad Achille (Raffaele Esposito) per non svelarle il destino di vittima sacrificale. La giovane giunge al campo dei soldati accompagnata dalla madre Clitemnestra (Elena Ghiaurov): solenne e degno di principesse il loro arrivo in scena, mentre risulta subito evidente che la presenza della moglie rende impossibile ad Agamennone una comoda gestione dell’inganno delle finte nozze. Alla gioia di Ifigenia nel rivedere il padre e alla soddisfazione di Clitemnestra per la nobile parentela che la famiglia dovrebbe acquisire fanno riscontro le parole impacciate e ambigue di Agamennone, ormai incapace di gestire la situazione.

ringIn un confronto serrato – ambientato in uno spazio che sembra un ring delimitato da confini infuocati – Clitemnestra tocca tutte le corde per far recedere Agamennone dall’orrendo proposito (dalla propria fedeltà coniugale alla impossibilità di una vita serena in famiglia per Agamennone con le altre due figlie dopo avere ucciso la sorella maggiore, fino alla incongruenza di sacrificare una figlia, vergine innocente, per permettere che Menelao recuperi la moglie infedele), poi Ifigenia stessa cerca di commuovere il cuore del padre: ma la ragion di Stato vince ogni umano sentimento.

Nel complesso, tra un Agamennone ondivago e debole e un Achille preoccupato solo della propria fama, a colpire lo spettatore contemporaneo sono le umanissime parole della madre Clitemnestra e della figlia Ifigenia, vittima designata del sacrificio umano, retaggio di un’epoca percepita come arcaica già da Euripide. Lo strazio della madre non si placherà neppure con il racconto del misterioso salvataggio di Ifigenia (sostituita con una cerva da Artemide nel momento in cui sta per essere uccisa), di cui viene comunque privata: «Figlia, allora sei stata portata tra gli dei? Con che nome ti dovrò invocare?». E ancora, dubbiosa: «Ma come faccio a credere che queste non siano favole, inventate per consolarmi, perché io cessi dal mio dolore inestinguibile?»

Molti personaggi cambiano opinione nel corso del dramma, in un modo che alla sensibilità contemporanea appare non sempre coerente: Agamennone oscilla tra l’angoscia del padre e il senso del dovere del comandante (ruolo che peraltro ha ricercato, come gli contesta il fratello Menelao); Achille – ben lontano dall’eroe omerico – ha paura solo che il suo nome resti legato al falso matrimonio utilizzato per attirare in trappola Ifigenia e, dopo le iniziali promesse di aiuto alla vittima designata, si mostra incapace di governare la reazione rabbiosa dei soldati (persino dei suoi Mirmidoni) all’ipotetica rinuncia al sacrificio umano; lo stesso Menelao sembra convincersi che la sua pretesa di uccidere Ifigenia, perché lui possa andare a riprendersi la moglie fedifraga, sia quanto meno discutibile. Fino alla stessa Ifigenia che dalla supplica al padre, per non essere uccisa, passa alla rivendicazione di un ruolo sacrificale, per permettere il successo della spedizione militare, facendo suo l’argomento di Agamennone: la spedizione è necessaria perché i barbari capiscano che non possono impunemente fare razzia di donne greche. Il tentativo di scavo psicologico del personaggio da parte di Euripide qui appare poco chiaro, e già Aristotele lo biasimava nella Poetica. Dopo avere infranto la morale nobile ed eroica, con un sentimento moderno («è meglio vivere male che morire bene»), Ifigenia si convince all’improvviso che dal suo sacrificio dipenda il futuro della Grecia. Sulla rappresentazione finale dell’Ifigenia siracusana è possibile tuttavia nutrire più di un dubbio: ritenere – come il regista Federico Tiezzi spiega nel volume di presentazione degli spettacoli – che Ifigenia sia una sorta di “jihadista” che si immola per il bene della sua patria mi pare francamente una forzatura, che paragona e accosta situazioni molto differenti. Oltre tutto le vesti arancioni assunte dal coro e il mascheramento nero del boia che mima il gesto di tagliare la gola alla ragazza richiamano orrori contemporanei fuorvianti rispetto al significato della tragedia (e opposte anche rispetto all’Ifigenia “jihadista”: le vittime dei boia neri sono loro “nemici”). Volere a tutti i costi mostrare una scena di sangue non necessaria (c’è già il racconto del messaggero) e travisandone il significato, non mi è parso coerente con la bella ambientazione (scena e costumi) che hanno caratterizzato tutto il resto della tragedia.