Tempo di Libri, «l’editoria cattolica si rinnovi con coraggio»

20180308_095901Ieri sera, con una inaugurazione dedicata agli incipit, è cominciata a Milano la seconda edizione di Tempo di Libri, la fiera organizzata dall’Associazione italiana editori. Più che le diverse presentazioni della kermesse, ho trovato interessante l’articolo sull’Osservatore Romano del 6 marzo, che pubblica una riflessione di Roberto Righetto apparsa sulla newsletter di Vita&Pensiero. Partendo dalla constatazione dello stato di sofferenza per non dire stallo dell’editoria cattolica italiana, l’autore si domanda: «Dove sono finiti progettualità, visione e coraggio?».

Condividendo preoccupazioni espresse da Giuliano Vigini nel suo recente volume sulla storia dell’editoria cattolica in Italia, Righetto prova a indagare le cause del fenomeno, a grande distanza ormai dagli ultimi “best seller di Dio”, Ipotesi su Gesù di Vittorio Messori e Il cavallo rosso di Eugenio Corti: il contesto culturale, il calo dei lettori, l’emorragia delle parrocchie, ma anche «una pastorale che preferisce puntare sui nuovi media illudendosi di catturare di più i giovani ma finendo per snobbare l’importanza della cultura religiosa per la formazione del credente». E suggerisce di evitare alibi legati alle trasformazioni tecnologiche e alla secolarizzazione, sottolineando piuttosto verso «un’incapacità gigantesca di far fronte al cambiamento, da parte degli editori cattolici, spesso a causa di presunzione, di autoreferenzialità». Righetto pone una lunga serie di quesiti su fatti che testimoniano una certa «inerzia» da parte della Unione editori e librai cattolici italiani (Uelci): da testi importanti non più ripubblicati, alla riduzione delle librerie cattoliche, fino alla mancata valorizzazione di autori che offrono o interpellano valori cristiani. E conclude: «A volte credo che il problema sia la mancanza di coraggio. E di uomini nuovi». Sottolineando opportunamente: «Non ci salveranno solo i manager».

Finita la pars destruens, non manca però qualche aspetto positivo: tralasciando il versante letterario infatti, «resta insostituibile il ruolo di alcune case editrici cattoliche in campo teologico e filosofico» o nella saggistica religiosa. Se «segni di vitalità permangono», Righetto conclude che «la Chiesa italiana dovrebbe porsi davanti la sfida di rianimare la cultura religiosa del nostro paese anche attraverso lo strumento del libro, senza paura e puntando su forze giovani e preparate».

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Un inedito di Leopardi, un doppio Svevo e la civiltà degli umanisti

Giacomo LeopardiIn vista di Tempo di Libri, che apre i battenti a Milano la sera di mercoledì 7 marzo nei padiglioni di Fieramilanocity, attirano l’attenzione – sull’odierno inserto culturale del Sole-24Ore – alcuni articoli dedicati al mondo letterario. Il più intrigante, dal punto di vista dei miei interessi personali, è «Che lista, maestro! Il Leopardi inedito», di Matteo Motolese, che recensisce il volume con cui gli studiosi Marcello Andria e Paola Zito danno conto del loro lavoro di indagine sul fondo di manoscritti leopardiani conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli («Leopardi bibliografo dell’antico. Un’inedita lista giovanile degli autografi napoletani», Aracne, Roma, 18 euro). Tra i testi che provengono dalla donazione dell’amico Antonio Ranieri, emergono – oltre a testi poetici e prosastici, e allo Zibaldone – alcuni «materiali di lavoro», anche di tipo filologico, tra cui «questo fascicoletto di trentotto pagine in cui Leopardi annota oltre cinquecento titoli». L’elenco documenta il denso impegno del giovane conte (aveva tra i 18 e i 19 anni) per respirare l’aria del mondo culturale. Scrive Motolese: «Confinato a Recanati – in mesi che vanno tra la fine del 1816 e la prima metà del 1817 – Leopardi cerca di seguire le novità editoriali attraverso pubblicazioni periodiche. Sono l’unico vettore di informazioni che riesce ad avere, oltre agli scambi epistolari», per esempio con Pietro Giordani. E segna oltre trecento autori, soprattutto greci e latini, con annotazioni in latino. Un’attitudine alla precisione erudita che non lo abbandonerà mai, come testimoniano lo «Zibaldone» e altri documenti più tardi. Curiosa la lista delle sue “produzioni“ che documenta il continuo apporto che la cultura classica avrà sulla sua produzione letteraria: all’anno 1824, accanto alle sue «Operette morali», compaiono anche «Volgarizzamenti di alcuni versi morali dal greco» e «Volgarizzamento delle Operette morali» di Isocrate (la tradizione leopardiana di quattro discorsi del famoso oratore, uno di dubbia autenticità).

Sulla stessa pagina, un ampio articolo di Andrea Cortellessa («Svevo, una voce in maschera») dà conto di due pubblicazioni dedicate allo scrittore triestino, di cui ricorrono quest’anno (a settembre) i 90 anni dalla morte. Si tratta di «Antivita di Italo Svevo» di Maurizio Serra (Nino Aragno, 25 euro) e della tesi di laurea di Giuseppe Pontiggia, pubblicata a cura di Daniela Marcheschi con il titolo «La lente di Svevo» (Edizioni Dehoniane, 17,50 euro). Il primo è un ponderoso lavoro dedicato al romanziere (vero nome Hector Schmitz) con una «identità sempre scissa fra l’aderire e il rifuggire a determinati modelli»: «L’adozione dello pseudonimo – scrive Cortellessa – risponde a tutto meno che a un caso». Con lo «sdoppiamento» la letteratura diventa «antivita: antimateria notturna che riflette, rovesciate, le convenzioni e le ritualità dell’esistenza “ufficiale”. Ed è grazie a questo dispositivo che Svevo – l’inetto, l’illuso, il fallito Schmitz – finisce per salvarsi». E il punto di vista del protagonista, la sua «lente» attraverso cui guarda anche il mondo, è la tecnica individuata da Pontiggia nella sua tesi del 1959, con una «acuta attenzione “tecnica” ai procedimenti narrativi» che, pur controcorrente rispetto a idealismo e sociologismo del tempo, «non dissimula la proiezione del Pontiggia che sbarcava il lunario, allora, come impiegato di banca attendendo alle belle lettere per intervalla insaniæ».

Infine l’articolo di Michele Ciliberto («Disincanto e furore»), che prende in esame la civiltà dell’Umanesimo in Italia attraverso due libri: l’edizione che Giuseppe Marcellino (con introduzione di Stefano Baldassarri) presenta del testo di Giannozzo Manetti, «Dignità ed eccellenza dell’uomo» (Bompiani, 18 euro) e «Umanisti italiani. Pensiero e destino» (Einaudi, 85 euro) a cura di Raphael Egbi, con un saggio di Massimo Cacciari. Particolare interesse riscuote la pubblicazione del testo di Gianotti che, alla metà del Quattrocento, «anticipa» in certa misura la famosa «De hominis dignitate» di Pico della Mirandola. E segna «un contributo decisivo – scrive Ciliberto – alla costituzione della “ideologia umanistica”, fondata sul primato dell’uomo e la glorificazione della sua dignitas, testimoniata dalla natura della sua anima immortale» e creata da Dio.