Addio a Gabba

Il mio (piccolo) ricordo di Emilio Gabba uscito ieri su Avvenire

gabba.jpgSe ne è andato in punta di piedi, in una notte di metà agosto, lo studioso di Storia romana Emilio Gabba, professore emerito dell’Università di Pavia e uno dei più insigni storici italiani del Novecento, convinto «dell’importanza dello studio del passato, anche per comprendere il presente». Ieri, assieme ai familiari, tanti amici, colleghi e allievi hanno partecipato al suo funerale nella chiesa di San Francesco a Pavia. Il suo lungo e proficuo magistero (dal 1958 a Pisa e dal 1974 al ’96 a Pavia) è stato ricordato con ammirazione – per la sua capacità di credere nella ricerca e di stimolare gli studenti – nella commemorazione accademica dal prorettore Lorenzo Rampa e dai docenti pavesi Dario Mantovani, Lucio Troiani, Giancarlo Mazzoli, Maurizio Harari e dal pisano Umberto Laffi. Nato a Pavia nel 1927, allievo del rettore Plinio Fraccaro, borsista presso l’Istituto di studi storici di Napoli diretto da Federico Chabod, amico di Arnaldo Momigliano, Gabba ha approfondito le cause economiche, militari e sociali dei fatti storici, dedicandosi soprattutto all’ultimo secolo della Roma repubblicana.
Allo storico Appiano di Alessandria dedicò i primi studi negli anni Cinquanta e curò l’edizione dei 5 libri delle “Guerre civili” nel 2001, insieme con il filologo Domenico Magnino. Fu direttore della Rivista storica italiana, socio dell’Accademia dei Lincei, tenne corsi a Oxford, Berkeley e Philadelphia, fu “fellow” a Princeton e insignito di lauree ad honorem a Digione, Magonza e Strasburgo. Nello studio della storia – ha ricordato nell’omelia don Innocente Garlaschi – riteneva che occorresse «porre attenzione anche ai valori morali e culturali che hanno segnato il tempo passato e che informano tuttora l’azione dell’uomo». A giugno l’ultima sua uscita pubblica, per celebrare il secolo di vita della rivista di studi classici “Athenaeum”, di cui era direttore onorario.

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Magnino, dieci anni dopo

Dieci anni fa ci ha lasciato Domenico Magnino, docente di Grammatica greca e latina all’Università di Pavia (e prima di latino e greco al liceo Foscolo). La sua conoscenza del latino e del greco è difficilmente quantificabile, ma era eccelsa: averlo sentito leggere Demostene con la scorrevolezza con cui un avvocato pronuncia le sue arringhe è un privilegio di cui serbo un ricordo indelebile. E tuttavia la traccia più profonda che ha lasciato (in me, ma credo in tanti) riguarda la sua capacità di mettersi in relazione con i giovani, guidandoli e al tempo stesso lasciandosi provocare dal loro mondo. Infatti anche all’università manteneva con gli studenti un rapporto educativo (più vicino a quello di un buon docente di liceo) e mirava a farli crescere non solo nelle competenze delle lingue classiche. Nello studio era esigente: pretendeva tanto, perché dava tanto; d’altra parte, concedeva fiducia ai suoi giovani allievi, ne seguiva i progressi, ne stimolava i talenti, così come ne fustigava le pigrizie. Ed era sempre pronto a prodigarsi per i suoi laureandi, indicando gli strumenti necessari alle ricerche, favorendo contatti con altri specialisti della materia di tesi, recuperando personalmente testi introvabili (ne sono testimone diretto), sostenendoli nelle difficoltà laddove vedeva lo sforzo serio (e non rifuggiva dal leggere testi scritti a mano, disponibilità rara tra i professori universitari). In altri termini, era un punto di riferimento per tutti gli studenti di buona volontà, un docente autorevole e affascinante, che interpretava il suo ruolo con la massima serietà, quasi un buon padre severo e amorevole. Un uomo per il quale non è eccessivo l’appellativo di maestro, anche se lui – schivo e antiretorico – l’avrebbe certamente rifiutato. Sono passati dieci anni, ma il suo ricordo resta vivo e indelebile nella memoria di chi l’ha conosciuto e amato.