Obiezione di coscienza, istituto di civiltà

Perché in sanità è bene rispettare la libertà di coscienza del medico. Il mio articolo oggi su Avvenire nella sezione È vita

caduceoObiezione di coscienza in ambito sanitario: spazio di libertà del medico per restare fedele a valori irrinunciabili o limitazione ai diritti del paziente? Se fino a poco tempo fa il “paternalismo” medico prevaleva anche su legittimi desideri del paziente, l’attuale clima culturale che premia una presunta libertà assoluta del soggetto sul proprio destino sembra trasformarsi nel tentativo di impedire qualunque dissenso. Lo testimoniano sentenze, iniziative o proposte di legge che cercano di reprimere o impedire il ricorso all’obiezione di coscienza.

È di pochi mesi fa la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo che ha respinto il ricorso della Cgil che lamentava il mancato rispetto del “diritto” della donna ad abortire per l’elevato numero di medici obiettori. E il mese scorso il Comitato per i diritti umani dell’Onu ha biasimato il nostro Paese per le difficoltà che le donne troverebbero per riuscire ad abortire (nonostante i dati in senso contrario del ministero della Salute). Recentissimo poi è il concorso riservato a medici non obiettori al San Camillo di Roma per garantire l’esecuzione degli aborti. Infine, nella legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento (Dat) all’obiezione di coscienza non si è fatto esplicito cenno.

Giuristi, bioeticisti e medici ribadiscono che l’obiezione di coscienza è un diritto di civiltà. «Obiettare significa astenersi per ragioni morali da un comportamento prescritto dalla legge – spiega Laura Palazzani, docente di Filosofia del diritto alla Lumsa di Roma – data l’incompatibilità tra il comportamento secondo la legge e il comportamento secondo i valori». «La presenza dell’obiezione di coscienza – continua – consente al medico di astenersi da comportamenti che ritiene immorali; l’assenza dell’obiezione di coscienza in questo contesto costringerebbe il medico ad agire contro i propri valori morali». Mettere in discussione l’obiezione dei medici mostra una contraddizione, spiega Palazzani: «Da un lato ci si appella alla libertà di chi sceglie “contro” la vita, dall’altro non si riconosce la libertà di chi sceglie di agire solo “per” la vita e di non agire “contro” di essa». La legge sulle Dat cita solo l’astensione da «obblighi professionali»: «È evidente che il medico ha l’obbligo deontologico di curare in modo appropriato il malato, non di sopprimerlo o di curarlo in modo sproporzionato. Se il medico si adeguasse a tali richieste andrebbe contro il significato costitutivo della sua professione, che non è quello di eseguire contrattualmente le richieste del malato ma di agire in scienza e coscienza per il suo bene, la vita e la salute».

Padre Maurizio Faggioni, docente di Bioetica all’Accademia Alfonsiana, spiega che «la nuova legge sulle Dat non parte dall’idea dell’alleanza tra medico e paziente ma vede il malato come un soggetto libero che chiede al medico di eseguire alcune cose». Invece dal punto di vista deontologico – osserva Faggioni – la relazione medico-malato va inserita in un contesto di cura, in cui il consenso informato è solo una parte. L’assenza di riferimenti all’obiezione si spiega perché «la legge è stata presentata come la descrizione di una buona pratica medica, senza comportamenti che possano essere riprovevoli dal punto di vista etico o contrari ai nostri princìpi costituzionali. Tuttavia la legge si presta a interpretazioni eutanasiche». Infatti, «interrompere nutrizione e idratazione, al di là di certe situazioni cliniche, è un modo per portare il paziente alla morte». C’è un altro punto pericoloso: «I genitori diventano onnipotenti verso i minori. Come farà il magistrato a ordinare una trasfusione a un figlio di testimoni di Geova, che rappresentano la volontà del bambino di fronte al medico?».

Preoccupato è anche il presidente della Federazione europea delle associazioni medici cattolici (Feamc) Vincenzo Defilippis, direttore dell’Unità operativa Rischio clinico e qualità della Asl di Bari. «In uno Stato di diritto la libertà di coscienza non è coercibile neanche da una legge. Il medico agisce secondo la coscienza professionale e non secondo quanto il paziente gli impone: se c’è contrasto tra le due volontà il paziente potrà trovare l’accoglimento delle sue istanze da un altro medico». «Oserei dire – aggiunge Defilippis – che se un paziente non vuole un trattamento salvavita è meglio non chiamare un medico, che non può essere messo di fronte alla volontà di un suicidio assistito». Altrettanto importante è tutelare la libertà di istituzioni sanitarie come quelle cattoliche «i cui princìpi sono in contrasto con quello che può essere concretamente un suicidio assistito, ma che sono sicuramente in grado di accompagnare i pazienti nel migliore dei modi».

Una questione che inquieta Rocco Bellantone, preside della facoltà di Medicina dell’Università Cattolica di Roma: «Siamo fortemente preoccupati. Se la legge sulle Dat sarà approvata così com’è rischiamo di andare incontro a denunce e condanne, ma al Gemelli non potremo assistere a una morte ed eventualmente favorirla con atti omissivi gravi. È un arbitrio pensare di poter obbligare un medico a fare ciò che vuole un’altra persona. In più si rifiuta il concetto di ospedale religioso, che si potrebbe confrontare con forme che sono molto vicine all’eutanasia o al suicidio assistito». Per non parlare dell’aspetto formativo: «Finora – conclude Bellantone – ho insegnato ai miei studenti a difendere la vita, evitando accanimenti terapeutici. Adesso dirò: ti insegno una cosa, ma in certe situazioni dovrai fare quello che ti dice il paziente. Basterebbe ricordare gli ultimi mesi di Giovanni Paolo II per vedere l’accettazione del percorso verso la morte di un paziente e di medici cattolici».

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«Accanto ai malati, curando con coscienza»

L’italiano Vincenzo Defilippis è il nuovo presidente dei medici cattolici in Europa. La sua prima intervista nel mio articolo ieri su Avvenire

feamc

Il mese scorso in Portogallo la Federazione europea delle associazioni dei medici cattolici (Feamc) ha eletto per la prima volta un presidente italiano: Vincenzo Defilippis, direttore dell’Unità operativa Rischio clinico e qualità della Asl di Bari e consigliere nazionale dell’Associazione medici cattolici italiani (Amci). Con lui affrontiamo alcuni dei problemi più scottanti che agitano il dibattito bioetico in Europa,e non solo.

Sulla maternità surrogata il recente no del Consiglio d’Europa è un baluardo sufficiente?

L’Assemblea parlamentare del Consiglio di Europa ha bocciato la risoluzione della senatrice verde Petra De Sutter, che in Belgio dirige una clinica che pratica la maternità surrogata, ma con una maggioranza «bassa» (83 no, 77 sì e 7 astenuti). È, a mio parere, una vittoria temporanea per chi si batte contro la pratica dell’utero in affitto, perché il fronte trasversale che ne vuole la legalizzazione in Europa non è affatto acchetato (analoga proposta era già stata condannata dal Parlamento europeo) e cercherà ancora di fare nuove proposte. Il Consiglio d’Europa ha ribadito che, oltre ai diritti dei bambini (tesi De Sutter), ci sono anche i diritti delle donne, e che non esiste una distinzione chiara tra maternità surrogata commerciale e «altruistica ». Le presenza di parlamentari italiani anche nel fronte del sì, e soprattutto dei gruppi parlamentari belga, cipriota, olandese, portoghese e ceco ci dice che il Consiglio d’Europa non è ancora un baluardo sufficiente e necessita di ulteriore sensibilizzazione e chiarificazione sui diritti naturali dell’uomo e, nel caso, specificatamente delle donne e dei bambini: la madre surrogata è l’esempio palese della prevalenza del desiderio di una coppia di avere un figlio sul diritto naturale della donna a non porre «in affitto» la propria capacità procreativa e sul diritto naturale del figlio ad avere genitori biologici unici. Non è una posizione confessionale, ma una riflessione razionale, scientifica, logica, giuridicamente fondata, una posizione «ecologicamente corretta».

Che problemi pone la nuova definizione di infertilità (chi non può procreare per motivi non solo clinici) cui sta lavorando l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms)?

La sterilità è l’incapacità di concepire e l’infertilità l’impossibilità di portare a termine la gravidanza. Su questo l’Oms ha avuto sinora posizioni scientificamente corrette e fondate. La risposta a condizioni patologiche è, ovviamente, in terapie adeguate. È palese che l’Oms non possa proporre una terapia per una condizione non patologica, perché introdurrebbe elementi non scientifici e medici, ma di altro contesto. È opportuno vigilare perché non si apra una deriva per cui la sterilità naturale, qual è quella di una coppia di soggetti dello stesso sesso, possa trovare sponda in definizioni «non corrette» dell’Oms e ritenersi analoga a una sterilità di una coppia eterologa. Curare una patologia è cosa ben diversa dal soddisfare a ogni costo un desiderio di genitorialità, con spregio per i diritti naturali dei concepiti.

Oltre alla Svizzera, da anni Belgio e Olanda hanno reso possibile l’intervento del medico per dare la morte. E c’è stata la prima eutanasia di un minore. Come contrastare una tendenza che capovolge il dovere della medicina di curare e assistere?

Sull’eutanasia in Europa abbiamo varie posizioni, ma di certo quella maggioritaria della classe medica è contraria alla pratica eutanasica e favorevole al «non accanimento terapeutico» e all’accompagnamento del sofferente e del morente. In un’epoca di efficientismo e di tecnologia avanzata, l’aspetto umano della malattia e della morte è stato come rimosso: parecchi medici e infermieri non sanno più stare accanto «umanamente » al malato terminale e alla sua famiglia. È tempo oramai di inserire insegnamenti universitari specifici di formazione alla gestione dell’evento morte, alle cure palliative, al rispetto della dignità della vita umana, alla capacità di dialogare. L’eutanasia è superabile con una «riumanizzazione formativa» degli operatori sanitari: il malato non chiederà di morire se non sarà solo ad affrontare una malattia terminale e la morte. Per noi medici cattolici è esperienza consolidata, ma riscoprire la bellezza e la potenza dell’essere medico capace di dialogo e di accompagnamento non è un fatto confessionale, ma culturale: la sfida epocale per i medici è promuovere un’autentica medicina che cura, non che uccide.

L’obiezione di coscienza viene sempre più spesso attaccata. Come difendere il diritto al dissenso del medico di fronte a leggi inique?

L’obiezione di coscienza è una delle più grandi conquiste di civiltà dell’umanità. Nessuna argomentazione normativa può violare la libertà del medico rispetto al proprio convincimento scientifico e culturale, oltre che religioso. Su questa posizione siamo intransigenti: nessuna norma potrà mai privarci del diritto di obiezione di coscienza e obbligarci a far azioni contro la nostra convinzione etica. In Italia l’Ordine dei medici è su tale posizione, ma in Europa non c’è uniformità: per esempio in Croazia il Parlamento non ha ancora adottato l’istituto dell’obiezione di coscienza, con grande difficoltà per i medici. La tutela di questo istituto giuridico passa da un rinnovato impegno formativo a ogni livello sia scolastico sia professionale che possa resistere ai costanti tentativi di ridurre medici e operatori sanitari a cittadini senza etica e coscienza.