Edipo re, la sapienza umana resta nuda di fronte a un destino insondabile

Nella primavera del 2022 l’Istituto nazionale del dramma antico (Inda) ha potuto riempire di spettatori il teatro greco di Siracusa per il 57° ciclo di spettacoli classici. In cartellone l’allestimento dell’Agamennone di Eschilo, con la regia di Davide Livermore, completando con CoeforEumenidi (ripresa dal 2021) la trilogia dell’Orestea; Edipo re di Sofocle, con la regia di Robert Carsen; Ifigenia in Tauride di Euripide, diretta da Jacopo Gassman. Se Edipo e Agamennone sono tra i personaggi con il maggior numero di rappresentazioni a Siracusa, la tragedia euripidea è invece una rarità: era stata messa in scena solo nel 1933 e nel 1982. Come curiosità, si può osservare che solo nel 2009 era successo che venisse presentata un’opera di tutti i tre grandi tragediografi ateniesi.

La tragedia sofoclea di Edipo, che risale secondo la maggior parte degli studiosi al decennio 430-420 a. C. (anche se qualcuno la posticipa fino al 412), può essere considerata “la” tragedia per eccellenza del mondo greco, facendo riferimento all’apprezzamento che ottenne da Aristotele nella Poetica. La storia del teatro è ricca di rifacimenti del mito di Edipo, a partire da Seneca, ma sopratutto dal Rinascimento in poi. Cruciale è stata la rilettura che ne fece Sigmund Freud. E innumerevoli altre sono le rivisitazioni, anche cinematografiche. Tra le opere più recenti, ricordo il racconto La morte della Pizia, di Friedrich Dürrenmatt (1976). Si può quindi dire che la vicenda di Edipo è molto nota, molto oltre i confini degli studiosi del mondo classico. Anche a Siracusa è stata molto rappresentata, ben otto volte: solo Agamennone e Coefore ne vantano un numero maggiore.

La tragedia si apre con la popolazione di Tebe prostrata da una pestilenza che rende sterili sia il bestiame, sia gli umani. Chiamato in causa, il re Edipo (Giuseppe Sartori) si dichiara pronto a fare ogni sforzo per capire dagli dei il motivo della sciagura. E annuncia di avere mandato a Delfi il cognato Creonte (Paolo Mazzarelli), fratello della moglie Giocasta (Maddalena Crippa), per interrogare l’oracolo di Apollo. Creonte riferisce che Apollo vuole che sia individuato ed esiliato o ucciso il responsabile della morte di Laio, che fu re di Tebe prima di Edipo, nonché marito di Giocasta. Per cominciare a investigare su questo delitto antico e trascurato, Edipo accetta il consiglio di Creonte di interrogare l’indovino cieco Tiresia (Graziano Piazza).

L’arrivo di Tiresia rappresenta il primo momento di forte tensione. Egli infatti, dopo una iniziale resistenza, accusa apertamente il re Edipo di essere il responsabile della morte di Laio. Dapprima sdegnato, Edipo comincia – riflettendo – a dubitare della lealtà di Creonte, ritenendolo l’ispiratore delle accuse di Tiresia: il suo sospetto si trasforma rapidamente nella certezza che il cognato stia tramando alle sue spalle per eliminarlo e raggiungere il potere a Tebe. Invano Creonte proclama la propria innocenza: solo l’intervento di Giocasta sembra placare i sospetti di Edipo, ma avvia una nuova fase dell’indagine per scoprire l’assassino di Laio, con l’esposizione al pubblico di una serie di oracoli di Apollo, tutti piuttosto remoti, ma spaventosi.

Si viene infatti a sapere da Giocasta che a Laio era stato predetto che sarebbe stato ucciso da un figlio. Cosa impossibile, commenta Giocasta, dal momento che il loro bambino fu abbandonato su un monte e Laio fu ucciso a un trivio da alcuni briganti, come riferì l’unico accompagnatore del re che era sopravvissuto all’agguato, un pastore della casa reale. La notizia turba Edipo, che rivela come a lui – a cui era stato insinuato il sospetto di non essere figlio di Polibo, re di Corinto, e di sua moglie Merope – fosse stato predetto, ancora una volta dall’oracolo di Apollo, che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre. Nel cercare di stare alla larga da Corinto, aveva ucciso a un trivio alcuni uomini, tra cui un vecchio, per una banale lite di precedenza, sfociata in rissa. Pur aggrappandosi alla speranza che si tratti di una pluralità di assassini, mentre lui uccise da solo, chiede che si cerchi quell’uomo e possa testimoniare.

L’arrivo di un messaggero da Corinto (Massimo Cimaglia) rappresenta lo snodo decisivo dell’indagine. Infatti costui riferisce che Polibo è morto, e che quindi Edipo è destinato a diventare re. La consolazione e la gioia dello stesso Edipo e di Giocasta per la smentita dell’oracolo – non è stato il figlio a ucciderlo – è di breve durata, perché il messaggero corinzio rivela che Edipo non era figlio di Polibo, ma che era stato da lui adottato perché il re di Corinto non riusciva ad avere figli. Era stato proprio l’attuale messaggero a riceverlo da un pastore tebano della casa di Laio, molti anni prima. E aveva la caratteristica di avere le caviglie ferite. Giocasta intuisce ormai la verità e cerca invano di dissuadere Edipo dal proseguire l’indagine. Questi tuttavia non si ferma, ritenendo che la moglie si possa vergognare di una sua nascita da gente umile. Giocasta pertanto, sconvolta, rientra nel palazzo reale.

Viene mandato a chiamare il pastore tebano (Antonello Cossia), che per combinazione è la stessa persona che aveva accompagnato Laio nel viaggio verso Delfi ed era sopravvissuto all’agguato mortale: questi è riconosciuto dal messaggero corinzio. Nonostante l’iniziale reticenza, il tebano viene obbligato a parlare dal re Edipo e confessa di avere consegnato il neonato con le caviglie scempiate proprio a quel pastore corinzio, contravvenendo all’ordine che aveva ricevuto di abbandonarlo nei boschi del monte Cicerone perché morisse. E deve anche ammettere di avere ricevuto quel bambino direttamente dalle mani della madre, Giocasta. Edipo a questo punto ha scoperto la sua origine e non occorre più nemmeno cercare l’assassino di Laio: comprende l’intera verità, si dispera e si allontana. Un messaggero (Dario Battaglia) riferisce poi del suicidio di Giocasta e dell’autoaccecamento di Edipo. Questi ricompare nell’ultima scena in uno stato miserevole, e chiede solo di essere mandato in esilio, possibilmente con le figlie (Antigone e Ismene). Un desiderio, quest’ultimo, che non può essere esaudito. Il coro commenta: «Guardando alla fine di Edipo, nessun mortale ritieni felice, prima che varchi il confine della vita senza aver sofferto alcun male». Una vena di pessimismo che si approfondirà nell’Edipo a Colono, quando ancora un coro dirà che «la cosa migliore è non essere nati».

L’allestimento del regista Robert Carsen si caratterizza per un’estrema semplicità e nudità: domina la scena una amplissima scalinata, dietro la quale si immagina il palazzo reale, e che viene percorsa quasi solo dai personaggi regali, Edipo, Giocasta e Creonte. E nudo rotola per la scala Edipo dopo il suo accecamento: un progressivo processo di spogliamento che inizia quando – sull’onda dell’effimero entusiasmo di credersi un figlio del caso, in quanto trovatello – fa festa per l’ultima volta con il popolo prima di scoprire l’orribile verità sulla sua origine e condizione. Spiega lo scenografo Radu Boruzescu che questa gigantesca scala mostra «ascesa e decadenza del potere». Carsen – convinto che l’Edipo re sia “il” dramma, aperto a tante letture quanti sono i registi – osserva: «Facendo di ciascuno di noi Edipo e facendo subire a tutti noi la catarsi della sua sofferenza, Sofocle riassume l’essenza del teatro: un atto che non può avvenire senza un pubblico che ne sia testimone, che ne condivida e forse anche che ne tragga un insegnamento».

Lo spettacolo siracusano convince sia per l’intensa recitazione degli attori, sia per la compattezza della scenografia, che non permette distrazioni. Giuseppe Sartori ha vinto il Premio stampa teatro, conferitogli dai critici delle testate giornalistiche accreditati, e l’intero spettacolo ha conseguito il Premio della critica 2022 assegnato dall’Associazione nazionale critici di teatro. Oltre a Maddalena Crippa (pronta a cogliere i segnali favorevoli per non credere agli oracoli orrendi, perfetta antitesi della ricerca ostinata di Edipo), mi piace segnalare i capi coro Rosario Tedesco ed Elena Polic Greco, alla guida di ben 80 elementi (allievi della Accademia d’arte del dramma antico dell’Inda), una grande presenza fisica che Carsen ha voluto per rappresentare la moltitudine del popolo tebano. Anche se in realtà, pur essendo la pestilenza che distrugge la città l’origine dell’indagine fatale, il ruolo della folla è tutto sommato marginale nell’azione drammatica: le sono piuttosto affidati i messaggi-chiave che Sofocle vuole trasmettere. Come la sentenza del quarto stasimo, dopo che si è chiarita l’origine di Edipo: «Stirpi dei mortali, la vostra vita la valuto un nulla» (traduzione di Francesco Morosi per questa rappresentazione siracusana).

L’Edipo re ha avuto innumerevoli interpretazioni, a partire da quella di Aristotele nella Poetica, dove mostra di apprezzare in particolare lo svolgimento della trama – che genera pietà e paura (ἔλεος καὶ φόβος) – e il meccanismo del riconoscimento che emerge dal racconto, senza paralogismi o forzature. Lasciando invece fuori dalla tragedia tutto ciò che è illogico (Poetica 1454b). Infatti, e su questo puntava anche Edipo, tra gli antefatti non si spiega bene perché i tebani abbiano lasciato interrotta la ricerca dell’assassino di Laio, anche se Creonte lo giustifica con l’assillo della Sfinge (quella di cui proprio Edipo risolverà l’enigma, divenendo re di Tebe). Né obiettivamente si capisce perché Tiresia non abbia mai parlato prima. Nella Storia della letteratura greca Albin Lesky ricorda che – secondo Aristotele – Edipo ha compiuto un “errore”, che i moderni però stentano a identificare: nonostante la generosa volontà di Edipo di scoprire la verità, questa – scrive Franco Montanari nella sua Storia della letteratura greca – «assume la forma orrenda di delitti abominevoli». Anche se i suoi crimini sono stati «compiuti inconsapevolmente e involontariamente», Edipo «ne sconta la punizione». Ma è vero anche – come osserva Lesky – che nella concezione sofoclea «il volere divino si compie in modo spaventoso, è inaccessibile al pensiero umano, ma resta pur sempre valido e venerando». Nella rappresentazione siracusana la totale nudità a cui si riduce Edipo appare come simbolo della disarmata condizione in cui si trova l’uomo, anche sapiente, di fronte a un destino insondabile, per quanto annunciato dagli oracoli degli dei.

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