«La riforma dovrà partire dai bisogni dei pazienti»

Ultima puntata dell’inchiesta sanitaria pubblicata su Avvenire mercoledì 13 marzo.

images-1Guardare alla sanità con gli occhi del cittadino riserva non poche sgradite sor­prese. Liste d’attesa, ticket, carenza dei servizi territo­riali rendono sempre più difficile l’accesso a presta­zioni che dovrebbero es­sere garantite. E la ridu­zione delle risorse a di­sposizione sembra prefi­gurare difficoltà ulteriori (qualcuno ipotizza la ne­cessità di un intervento di fondi assicurativi), se non si inverte una ten­denza culturale ad an­teporre le valutazioni e­conomiche a quelle sa­nitarie. Forse il compito principale per una futu­ra riforma della sanità.

«Negli ultimi anni – sot­tolinea Walter Ricciardi, direttore dell’Osservato­rio nazionale sulla salute nelle regioni italiane, U­niversità Cattolica di Ro­ma – si è ridotto l’accesso dei cittadini alle presta­zioni sanitarie, anche te­nendo presenti le diffe­renze regionali. Non a ca­so l’ultimo rapporto del Tribunale per i diritti del malato presenta in coper­tina un ospedale con un lucchetto e una lunga fila di cittadini davanti. Così come nell’ultima gradua­toria sull’Europa, l’Ocse ha collocato l’Italia al 24° po­sto per il contesto dei ser­vizi sanitari forniti ai pro­pri cittadini. E non per problematiche di caratte­re tecnico: medici e strut­ture buone esistono, quanto per l’organizzazio­ne del sistema». Un deficit segnalato anche da Maurizio Bonati, diret­tore del dipartimento Sa­nità pubblica dell’Istituto di ricerche farmacologi­che “Mario Negri” di Mila­no: «Complice la regiona­lizzazione, in sanità conti­nua a mancare una strate­gia comune. Come con­fermano alcuni indicato­ri: per esempio, non si rie­scono ad abbattere i flus­si di migrazione sanitaria, tipicamente dal Sud al Nord. Penso soprattutto a quella pediatrica, che si ferma un po’ al Bambino Gesù, ma poi guarda al Gaslini (Genova) o al Bur­lo Garofolo ( Trieste) o al San Gerardo (Monza) per l’oncologia. E anche per i tumori dell’adulto, pur essendoci quattro Irccs oncologici al Centrosud, gli spostamenti verso il nord sono una costante». Differenze si registrano anche sul consumo di farmaci: «A dispetto del clima – rileva Antonio Clavenna, farmacologo ricercatore presso il La­boratorio materno-infan­tile del “Negri” – il consu­mo pediatrico di antibio­tici è maggiore al Sud ri­spetto al Nord, i bambini che ne assumono almeno uno in un anno sono il 36% in Lombardia, quasi il 70% in Puglia».

I servizi territoriali, il pre­sidio più vicino al cittadi­no, continuano a recitare il ruolo della cenerentola, vittime di disorganizza­zione, mancati finanzia­menti e cat­tive abitudi­ni: «Anche certe auspi­cate riforme vanno finan­ziate – ricor­da Ricciardi –. Penso agli studi asso­ciati di me­dici di fami­glia aperti sulle 24 ore: se non han­no a disposi­zione infer­mieri e at­trezzature, il paziente con un dolore toracico si re­cherà sempre al pronto soccorso». E se le spese per la sanità territoriale sono maggiori di quelle ospe­daliere (con eccezioni, ve­di Lazio), «il problema re­sta il raccordo tra le due realtà – aggiunge Ricciar­di – con il cittadino che do­po le dimissioni non trova quel continuum di assi­stenza di cui avrebbe bi­sogno. La realtà è che il si­stema è disegnato secon­do criteri arcaici, e non guardando ai bisogni di salute della popolazione». Come conferma il fatto, aggiunge Bonati, che a­zienda ospedaliera e a­zienda sanitaria locale, presenti su uno stesso territorio, guardano ciascuna so­lo ai propri bilanci: «Del resto, e lo di­mostra la re­cente classi­fica dei diret­tori generali in Lombar­dia, i diri­genti sono valutati per il raggiungi­mento degli obiettivi, che sono in mas­sima parte di budget. Sen­za dimenticare che i me­dici di famiglia non met­tono piede nell’ospedale. Così come non si capisce perché le sale operatorie non possano funzionare al pomeriggio, come succe­de nel privato». Rare sono le operazioni che coordinino bene l’of­ferta sanitaria: «Anche la chiusura dei piccoli ospe­dali, spesso osteggiata dal­le popolazioni, può essere realizzata – spiega Ricciar­di – se si offrono servizi più efficienti. Penso all’esem­pio virtuoso dell’ospedale della Versilia, collocato in posizione baricentrica ri­spetto a quattro piccoli presidi che sono stati chiu­si ». Migliorare omogenea­mente l’offerta sanitaria è reso difficile anche dal contenzioso Stato-Regio­ni: «Nella riduzione dei posti letto ospedalieri – aggiunge Ricciardi – il mi­nistero aveva dato criteri e requisiti minimi per or­ganizzare i reparti ospe­dalieri, ma sono stati ri­fiutati dalle Regioni».

Nella sanità si rispecchia­no i problemi del Paese, sostiene Ricciardi: «Fuori dalle ideologie, continua a essere necessaria una col­laborazione tra pubblico e privato (anche in Svezia stanno elaborando mo­delli), ma servono regole chiare per tutti, con le re­gioni che le fanno rispet­tare. La frammentazione e le liti Stato-Regioni non portano benefici: il primo distribuisce (poche) risor­se ma non controlla, le se­conde hanno diritto di ve­to, ma non i fondi per o­perare bene». Se vogliamo mantenere la qualità del nostro sistema sanitario, conclude Bonati, «occorre ottimizzare le risposte proprio guardando alla domanda, alle necessità di salute. E non limitarsi a va­lutare i costi immediati, ma al guadagno di salute complessivo della popola­zione. Anche se questo ri­chiede più tempo di quan­to solitamente i politici siano disposti ad attende­re ».

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