Vita e letteratura, l’impresa critica di Giancarlo Vigorelli

mostra_vigorelliUn panorama straordinario si dispiega nella mostra «Brama di Vita e di Letteratura. Giancarlo Vigorelli nel clima culturale del Novecento», in corso alla Biblioteca Sormani di Milano fino a sabato 5 maggio (aperta nei pomeriggi dei giorni feriali). Lettere originali, fotografie, riviste, libri con dediche autografe – oltre a chiari pannelli riassuntivi delle tappe della carriera di Vigorelli – offrono un quadro approfondito della poliedricità del critico letterario (nato a Milano nel 1913 e morto a Marina di Pietrasanta nel 2005) che per circa settant’anni ha spaziato tra poeti e prosatori (occupandosi anche di pittura e di cinema), con grande acutezza e indipendenza di giudizio. Curata da Giuseppe Langella, docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università Cattolica, di cui dirige anche il Centro di ricerca “Letteratura e cultura dell’Italia unita”, la mostra dà conto del grande patrimonio custodito proprio dalla Biblioteca Sormani, che dal 2008 ospita l’intero archivio Vigorelli: e sullo scalone che porta alla sala del Grechetto, le bacheche espongono i loro “gioielli” in ordine cronologico, accanto alle molte fotografie che testimoniano la dimestichezza e i rapporti di amicizia intessuti con numerosissimi uomini di cultura del Novecento italiano.

Documenti rari

Impossibile – e superfluo – citare tutti i letterati presenti (sarebbe stato utile prevedere almeno un piccolo catalogo della mostra): mi sembra opportuno segnalare però alcune testimonianze particolari, o anche solo di difficile reperibilità. Parto con la lettera di Giovanni Papini, che nel 1934 ringraziandolo di un articolo pubblicato sull’Italia, mette un giovane Vigorelli tra gli «entusiasti ricercatori d’ogni pensiero e d’ogni letteratura». Una chicca filologica è la lettera di Eugenio Montale che accompagna la prima versione del sonetto elisabettiano «Gli orecchini», comparso poi a stampa in forma molto diversa: lo stesso Vigorelli lo definisce (nel 1989) un inedito. Interessante la lettera di Carlo Emilio Gadda di apprezzamento per la pubblicazione (1941) dello studio su Matteo Maria Bandello (il primo lavoro di Vigorelli in volume, di cui è esposta una copia con dedica ai genitori). Si può leggere anche l’articolo (uscito sul settimanale Il tempo nell’agosto del ’43) in cui esprimeva soddisfazione per la caduta del regime fascista – in toni molto civili, a leggerlo oggi – e per il quale fu costretto a rifugiarsi in Svizzera. Emozionanti la busta e la carta da lettera intestata della Libreria antiquaria di Trieste per la missiva di Umberto Saba (1950), così come quella del Gabinetto Viesseux per il biglietto di Montale (1938). E ancora le lettere dattiloscritte dell’amico Pier Paolo Pasolini o le diverse risposte che diedero Elio Vittorini, Alberto Moravia, Elsa Morante, Salvatore Quasimodo, Guido Piovene per l’inchiesta lanciata da Vigorelli sulla rivista Successo nel 1961, dal titolo: «È finito il fascismo in Europa?». Fino agli autografi di Leonardo Sciascia (1971), Gesualdo Bufalino (1981) e Claudio Magris (1992).

Alle recensioni di spettacoli teatrali corrispondono biglietti di ringraziamento da parte di Franco Zeffirelli, Vittorio Gassman, Carmelo Bene, Giorgio Strehler. Invece le sue frequentazioni artistiche sono testimoniate dalle dediche di volumi da parte di alcuni pittori: Renato Guttuso, Aligi Sassu, Enrico Baj, Salvatore Fiume, Dino Buzzati; oltre all’intervista, comparsa nel 1977 sul settimanale Gente, in cui Vigorelli rievoca l’amicizia con Antonio Ligabue, l’artista di cui contribuì a diffondere la conoscenza, e dal quale fu ritratto (e l’opera, ora in collezione privata, è qui esposta).

Amico di tutti, ma critico rigoroso

La visita della mostra richiama alla mente il volume Carte d’identità. Il Novecento letterario in 21 ritratti indiscreti, opera di Vigorelli pubblicata nel 1989, cui si rifanno anche molte didascalie dei documenti esposti. La lettura di questa raccolta di saggi, in parte molto remoti, in parte scritti per l’occasione, permette di approfondire il «metodo critico» di Vigorelli, di apprezzarne la libertà di pensiero e di comprendere meglio anche il titolo della mostra. «Se un presunto metodo mi sta sotto la pelle – scrive “In apertura” del volume – è un non preordinato bisogno di rinvenire in uno scrittore quella coincidenza (…) che a mio modo tento in me di pareggiare, quanto meno di parallelizzare, tra Vita e Letteratura». E poco oltre: «Una e unica è la voce di un’autentica Letteratura, pur che riesca a conglobare il romanzo convergente della Vita e della Letteratura».

Di questa stella polare si serve per vagliare le opere degli autori, siano essi critici, da Benedetto Croce a Gianfranco Contini, passando per Giuseppe Antonio Borgese, Emilio Cecchi e Carlo Bo, poeti (Eugenio Montale e Vittorio Sereni) o narratori, da Carlo Emilio Gadda a Vitaliano Brancati, da Beppe Fenoglio a Italo Calvino e Goffredo Parise. Se il superamento – in ambito letterario – di Croce e del crocianesimo appare al giorno d’oggi abbastanza consolidato, non lo era ancora all’epoca in cui Vigorelli (e ancor prima Cecchi) si espressero. Ma anche verso Contini (ritenuto ottimo come filologo) manifesta riserve: la sua storia letteraria dell’Italia unita «non è che un passaggio da un “caso letterario“ all’altro, da una poetica all’altra, ma negligendo intenzionalmente il corso delle idee, che possa in qualche maniera determinare o no quei passaggi e quei mutamenti». Anche sui romanzieri non mancano giudizi netti: rivalutazione di Brancati (trascurato dai critici) e di Fenoglio (penalizzato da Vittorini) rispetto a Cesare Pavese, sferzato il degenerare di Alberto Moravia nel decennio 1970-80, stroncato Parise (salvo una palinodia a proposito del suo primo romanzo, Il ragazzo morto e le comete) nonostante l’apparire delle sue opere nei «Meridiani» Mondadori (anzi contesta la tendenza «a far passare per “classici“ non pochi “contemporanei”», addirittura viventi).

La «lunga fedeltà» ad Alessandro Manzoni

Ho lasciato in fondo i riferimenti al “manzoniano” Mario Pomilio, che già nel 1955 gli scriveva per complimentarsi per le «aperture impreviste», «le suggestioni inedite e feconde» che Vigorelli aveva espresso l’anno prima in Manzoni e il silenzio dell’amore. Oltre all’apprezzamento per Il quinto Evangelio («un libro di speranza, e di profezia»), Vigorelli vede nel Natale del 1833 (che scandaglia la crisi di Manzoni alla morte della moglie Enrichetta Blondel) una «splendida perlustrazione del dramma manzoniano». E manzoniano sin dalle origini può essere definito Vigorelli, che aveva pubblicato un innovativo commento alla Storia della colonna infame già nel 1942: non solo fu presidente del Centro nazionale di studi manzoniani (avviando l’Edizione nazionale ed europea delle opere), ma al romanziere lombardo dedicò a più riprese la sua attenzione. Mi piace ricordare quella singolare antologia di testi manzoniani Il “mestiere guastato” delle Lettere (1985) che documenta il “processo” che Manzoni intentò alla letteratura italiana in nome di un desiderio di aderenza al reale. Nel saggio introduttivo «Manzoni, e la rivalutazione dei valori romantici» Vigorelli sottolinea che «tutta l’intrepida polemica del Manzoni contro la nostra letteratura proveniva dalla constatazione inappellabile che il tradizionale letterato italiano si è sempre presentato e rappresentato sotto la livrea e la maschera dell’uomo della “doppia verità”: e la sua spesso presunta “poesia” copriva immoralmente e l’una e l’altra “verità”, e cioè la sottostante ma dominante falsità». Oltre a suggerire di «rileggere il Manzoni, non limitandolo ai Promessi Sposi, che oltretutto esigono riletture in tempi diversi della vita» (è diventato un libro scolastico, ma non era stato certo scritto per gli studenti), Vigorelli invita a prendere «coscienza proprio nel nome di Manzoni che la letteratura plagiata sulla letteratura è finita sul letto di morte e non avrà neppure una bella morte». E conclude che «la letteratura non può essere – Manzoni ne ha data l’unica definizione corrispondente al valore – che “un ramo delle scienze morali”». Una definizione appropriata per chi, come Vigorelli, voleva pareggiare vita e letteratura.

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I globi di Coronelli, una geografia fatta di arte e scienza

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La mostra alla Biblioteca Marciana di Venezia

Per studiare bene la geografia non si può fare a meno di un grande planisfero, come quelli appesi nelle aule scolastiche, o almeno di un mappamondo. Me lo confermavo pochi giorni fa visitando la mostra su Vincenzo Coronelli (1650-1718), aperta fino a domenica 15 aprile alla Biblioteca Marciana di Venezia in collaborazione con The International Coronelli Society for the Study of Globes. In occasione del terzo centenario della morte del frate cosmografo «L’immagine del mondo», curata da Marica Milanesi e Heide Wohlschläger, espone disegni, incisioni e testi che Coronelli pubblicò dopo avere realizzato nel 1681-83 i due monumentali globi, terrestre e celeste, per il Re Sole, Luigi XIV, ora conservati a Parigi alla sede François Mitterand della Biblioteca nazionale di Francia. Nei giorni scorsi – complice l’evento europeo della “notte della geografia” – sui quotidiani sono apparse rivalutazioni e approfondimenti su questa disciplina, di cui molti lamentano la penalizzazione negli ultimi programmi scolastici, accorpata com’è alla storia. E i globi di Coronelli, esempio formidabile di scienza e arte, ci testimoniano proprio quanto la osservazione del mondo può risultare affascinante ancora oggi, nonostante satelliti e strumenti informatici sembrerebbero avere dissolto ogni mistero sulla conoscenza della Terra.  

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Vincenzo Coronelli (da Epitome cosmografica, 1693)

L’esposizione veneziana ci riporta a un’epoca in cui le esplorazioni geografiche stavano rivoluzionando il patrimonio di ipotesi e certezze tramandate dagli scienziati antichi. Il francescano Vincenzo Coronelli acquistò notorietà con i primi globi realizzati per il duca di Parma Ranuccio II Farnese e fu poi “ingaggiato” per realizzarne due enormi (hanno un diametro di quasi quattro metri e pesano due tonnellate ciascuno) per il re di Francia. Tornato in patria e residente nel convento di Santa Maria Gloriosa dei Frari, fu apprezzato “cosmografo” per la Repubblica di Venezia e – oltre a realizzare numerosi altri globi di  diverse dimensioni – pubblicò opere che illustrano le sue conoscenze geografiche: in particolare l’Epitome cosmografica e l’Atlante Veneto. Sua anche l’idea di avviare un esperimento di “enciclopedia” che precedette gli illuministi francesi, mentre in una vera e propria società di appassionati geografi, l’Accademia cosmografica degli Argonauti, si discuteva delle novità che si andavano scoprendo in cielo e in terra. Per alcuni anni, tra il 1701 e il 1704, fu anche generale del suo ordine religioso.

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Il globo celeste di Coronelli da restaurare (1689)

Coronelli produsse una quantità davvero rilevante di globi e di carte terrestri e celesti e alcuni fusi esposti in questa mostra permettono di leggere la grande messe di informazioni che venivano riportate su questi capolavori: in quelli celesti notizie astronomiche, zodiacali, la rosa dei venti; in quelli terrestri nazioni, città, fiumi e montagne, popoli ed eventi storici. E spesso in più di una lingua, greco, latino e arabo compresi. Al centro dell’attenzione dell’ «Immagine del mondo» è comunque la coppia di globi (terrestre e celeste) da 106 centimetri di diametro che Coronelli donò nel 1689 alla repubblica di Venezia e che sono tuttora conservati alla Biblioteca Marciana. Il globo celeste (che ha la particolarità di essere stato completato a mano perché furono usate per l’incisione lastre ancora incomplete) è però bisognoso di restauri: il costo stimato per l’intervento, che verrà effettuato senza spostarlo dalla sala dove si trova, è di 25mila euro e la Marciana incoraggia potenziali donatori a fare uso dell’Art bonus, la misura prevista dal governo che permette di avere sgravi fiscali in caso di donazioni finalizzate al recupero di opere d’arte.

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Globo da tre oncie (8,5 cm). Collezione Rudolf Schmidt

La passione per i globi, tra XVI e XVIII secolo, prese sovrani e famiglie nobili e fece crescere la domanda. Altre opere di Coronelli sono conservate in Austria, Germania, in diverse istituzioni venete (nello stesso museo Correr di Venezia) ed emiliane. Due molto belli sono ospitati a Bergamo, nella Sala Tassiana della Biblioteca Angelo Mai, restaurati pochi anni or sono grazie al Fondo Ambiente Italiano (Fai). Per restare a Venezia, alla Fondazione Querini Stampalia sono esposti due globi dell’olandese Willem Blaeu (1571-1638), allievo dell’astronomo Tycho Brahe, e quindi precedenti a Coronelli, e due piccoli globi di Gilles Robert de Vaugondy (1688-1766), di età successiva.

Chiudo con una curiosità. Coronelli ideò anche mini-globi di tre oncie, dimensioni di poco superiori a una pallina da tennis: e li indicava per essere «accomodati per portare nella sacoccia». Di questo globo tascabile, la mostra offre un esempio raro e, grazie a un modellino su carta con le istruzioni, la possibilità di costruirsene uno uguale per sé.

Tempo di Libri, bilancio in chiaroscuro

Qual è il bilancio di Tempo di Libri, la nuova rassegna voluta dall’Associazione italiana editori (Aie) che si è svolta nei padiglioni della Fiera di Milano a Rho? È stato un flop o era inevitabile che si pagasse un pegno per il disorientamento suscitato negli addetti ai lavori per una fiera che è nata in contrapposizione al Salone del libro di Torino? Ma come si valutano eventi del genere: dal numero di visitatori, dal numero di editori presenti, dal numero di libri venduti? O dalla qualità delle proposte di incontri e dibattiti? Sui giornali negli ultimi giorni le valutazioni si sono moltiplicate, puntando soprattutto sul più evidente dei dati: il numero di quanti hanno varcato gli ingressi dei padiglioni della Fiera.

I primi bilanci erano già negli articoli pubblicati domenica 23, giorno di chiusura della manifestazione. Sul Corriere della Sera, Alessia Rastelli mentre osservava che era stata penalizzante la scelta di date “scomode”, strette tra Pasqua e il ponte del 25 aprile, dava conto dell’arrivo in fiera di Chiara Appendino, sindaco di Torino in visita con la famiglia, accompagnata dal presidente del Salone del Libro, Massimo Bray: «Milano e Torino si parlano. Ma resta il nodo delle date». I due torinesi si sono incontrati con Federico Motta, presidente dell’Aie, e con Renata Gorgani, presidente di Fiera del Libro, e l’articolo dava conto delle dichiarazioni “dialoganti” tra Bray e Motta, il quale parlava di edizione numero zero, più che numero uno; mentre Gorgani ammetteva che non c’era stato il tempo di organizzare il rapporto con le scuole, mentre la presenza degli studenti – ricordava Appendino – è uno dei punti di forza del Salone di Torino. Aggiungeva, sempre domenica 23, Alessandro Zaccuri su Avvenire che a Rho si potevano trovare chicche per bibliofili (per esempio all’Aldus club), ma che i maggiori risultati in termini commerciali li stava registrando il punto vendita del Libraccio, dove «i visitatori non soltanto entrano, ma pure comprano». Sulla Stampa, un ottimista Enrico Selva Coddè, amministratore delegato di Mondadori Libri ribadiva da un lato l’errore delle date, ma rispetto al dialogo con Torino sosteneva che «le condizioni a cui si era giunti rendevano problematica la realizzazione di un progetto per un ulteriore sviluppo e promozione dell’intera filiera del libro» e che a Rho «le decisioni sono in mano agli editori, là come sappiamo erano di competenza della fondazione».

Le prime cifre, pubblicate sui giornali di lunedì 24, parlavano di circa 70mila presenze, ben al di sotto delle 126mila dell’ultimo Salone di Torino. E il paragone con l’appuntamento piemontese che giunge quest’anno al trentesimo compleanno ha catalizzato ogni valutazione. Intervenendo alla conferenza stampa di chiusura, riferisce sul Giorno Simona Ballatore, il sindaco Giuseppe Sala si è detto soddisfatto: «La partecipazione è stata buona, la città risponde. Mi assumo la colpa del fatto che non diciamo oggi quando sarà l’edizione dell’anno prossimo. Rimarrà nel palinsesto primaverile di Milano, non ci saranno sorprese». Sullo stesso giornale, sono stati interpellati i piccoli editori: Denis Arcangeli (Gruppo Macro) promuove e frequenta entrambe le manifestazioni, Vera Minazzi (Jaca Book) teme che in prospettiva uno cannibalizzi l’altro, e Milano ha dalla sua la logistica, una storia per i saloni e «continua a essere la capitale del libro». Era ormai evidente che erano mancate le visite degli studenti: «La scuola è mancata anche a me», osservava Gorgani su Repubblica. «La scuola è stata quella – osserva Simonetta Fiori – che per anni ha salvato i primi giorni del Salone del libro a Torino. È mancata la scuola ma l’impressione è che sia mancata la città con le reti associative, le biblioteche, quella comunità ampia del libro che è tessuto civile di Milano». Restando su Repubblica, nelle pagine milanesi Franco Bolelli proponeva di valorizzare la formula Bookcity («dinamica, diffusa, multiforme») «molto più in sintonia con un mondo dove è un madornale errore trattare le persone come visitatori e numero di biglietti staccati. Tempo di libri e Bookcity insieme: non sarebbe la migliore soluzione?». Una proposta cui risponde negativamente, sullo stesso giornale, Solly Cohen, amministratore delegato della Fabbrica del Libro. E se Il Fatto quotidiano parla di «megaflop» in relazione ai visitatori, Il Giornale ritiene che la fiera milanese «decolli» ma voli «a bassa quota». Il Corriere della Sera dedica spazio anche agli appuntamenti in città, il cosiddetto Fuorisalone, che ha ottenuto presenze altalenanti: spazi culturali semivuoti, un discreto successo per i ristoranti. E qualcuno ancora si appella al modello Bookcity.

I dati definitivi delle presenze sono stati diffusi lunedì: 60.796 visitatori a Rho e 12.133 nelle cento sedi Fuori Fiera. «Numeri giù ma Tempo di Libri rilancia la sfida per il 2018» titola il Corriere: l’articolo di Alessia Rastelli ricapitola le ragioni delle presenze inferiori alle attese, segnala che è andato bene il Mirc, la struttura per lo scambio dei diritti con oltre 500 partecipanti di 34 Paesi e riporta l’auspicio di Renata Gorgoni per una fiera che nel 2018 si svolga nel mese di maggio. Anche se Simonetta Fiori, su Repubblica, va oltre: a Rho è mancata «un’anima, il profilo riconoscibile di una comunità civile, quell’identità che traspare in modo nitido al Lingotto».

Ricco è apparso il programma degli eventi (ben 720), secondo alcuni anche troppi, in sale spesso affollate perché un po’ piccole. Tuttavia un caustico ma argomentato articolo di Giuseppe Scaraffia sul Messaggero («Se la fiera del libro dimentica i lettori») punta il dito verso la «politica culturale inesorabilmente clientelare» del nostro Paese: «Colpisce, in un momento di autentica e pervicace crisi editoriale, la riottosità a proporre reali innovazioni, a parte il colore della moquette e la qualità della sala stampa e del suo catering, decisamente migliori di quelli finora offerti a Torino. Colpisce, in un nuovo salone del libro, la prevedibilità dei rituali e dei nomi prescelti. Hanno in questo il loro peso, forse, anche i premi letterari, che da un numero di anni che è meglio non calcolare premiano inesorabilmente gli esponenti della stessa troupe de théâtre. Autori che dovendo occuparsi di cose concrete come scalare le colonne dei giornali, le torri d’avorio delle case editrici e talvolta i contrafforti di incarichi privati e pubblici non hanno purtroppo il tempo di dedicarsi con calma a quella frivola impresa che è lo scrivere». Su Avvenire, il bilancio di Alessandro Zaccuri puntualizza un altro particolare: la «quota di maggioranza (51%) detenuta da Fiera Milano nella Fabbrica del Libro, la società che organizza la manifestazione e della quale l’Aie è socia al 49%. La decisione sul calendario resta sostanzialmente in mano a chi gestisce gli spazi espositivi, dunque». E ricorda un dato spicciolo ma importante: alla Fiera si arriva con un biglietto della metropolitana che costa – tra andata e ritorno – 5 euro: «Sommati ai dieci dell’ingresso, equivalgono al prezzo di copertina di un tascabile». Non può stupire allora che il boom di vendite lo abbia ottenuto il Libraccio, che offre  libri usati ma in ordine, e anche alcune edizioni rare. C’è stato perfino qualche stand – l’ho verificato di persona – che non faceva nemmeno uno zero virgola di sconto sul prezzo di copertina di libri normalmente in catalogo: perché allora andare fino a Rho, quando si possono acquistare online?

Alla scoperta di Quarenghi, architetto bergamasco alla corte degli zar

Spunti e divagazioni su una mostra in corso alla biblioteca civica “Angelo Mai” di Bergamo

La biblioteca Angelo Mai di Bergamo

Ha un profilo più storico che artistico la mostra sull’architetto Jacopo Quarenghi (1744-1817) in corso a Bergamo fino al prossimo 30 aprile. E non potrebbe essere diversamente visto che è dedicata a esplorare il costituirsi del fondo quarenghiano – con i suoi 761 pezzi è il più ampio esistente al mondo (disponibile anche su Dvd) – nella biblioteca civica “Angelo Mai”. La visita può essere peraltro l’occasione di scoprire altri piccoli tesori dello storico Palazzo Nuovo di Città Alta.

Strumento utile per addentrarsi nel significato della mostra è la breve guida di Giulio Orazio Bravi e Piervaleriano Angelini. Quarenghi, giunto a Roma nel 1761 per perfezionarsi nella pittura e uscitone architetto chiamato alla corte di Caterina II di Russia nel 1780, fu uno dei primi a capire l’importanza della neonata biblioteca, mandandole in dono i primi volumi di disegni delle sue realizzazioni architettoniche (Teatro dell’Ermitage e Banca di Stato) eseguite per la capitale degli zar, dove divulgò uno stile neoclassico che si rifaceva ad Andrea Palladio. Era stato pochi anni prima un altro illuminato bergamasco, il cardinale Giuseppe Alessandro Furietti (segretario di papa Clemente XIII), con un’eredità di 1.500 volumi a condizione che fossero fruibili dai cittadini, a “imporre” alla sua patria l’istituzione di una biblioteca pubblica. Il saggio di Bravi e Angelini procede a illustrare le vicende del fondo Quarenghi che cresce di consistenza tra le bufere dell’epoca napoleonica e i contraccolpi della restaurazione, in parallelo all’arricchirsi della biblioteca, che passa dalla stanza di Palazzo Nuovo alla canonica del Duomo, prima di essere trasferita negli ambienti appositamente arredati del Palazzo della Ragione, e solennemente inaugurati nel 1845. Nel frattempo Quarenghi era morto in Russia, ma l’orgoglio di mantenerne vivo il ricordo in patria viene fatto proprio dal figlio Giulio, che subito dona un’edizione aggiornata (la prima risaliva al 1821) del catalogo delle opere paterne e nel 1870, in età avanzata (era nato nel 1790), propone alla amministrazione cittadina l’acquisto (a un prezzo di favore) di un corposo gruppo di ben 535 suoi disegni allo scopo di «conservare alla patria i parti dell’artistico suo ingegno». La raccolta che entra a far parte della biblioteca civica viene poi integrata da altre donazioni: in particolare la nipote Antonietta Quarenghi, figlia di Giulio, consegna un Minutario della corrispondenza dell’architetto, che diventa «fondamentale documentazione per la conoscenza dell’artista» scrivono Bravi e Angelini. Che sottolineano anche il circolo virtuoso innescato: le successive donazioni hanno permesso nuovi studi storico-artistici sull’opera di Quarenghi, la cui divulgazione ha stimolato ulteriori lasciti.

E in effetti, dalle primissime segnalazioni a stampa circa l’attività dell’architetto neoclassico nella lontana San Pietroburgo da parte dei letterati suoi contemporanei Ippolito Pindemonte, Pier Antonio Serassi e Francesco Maria Tassi, al lavoro di catalogazione di Bartolomeo Secco Suardo a metà Ottocento sino all’opera del pittore Giuseppe Macinata che passa in rassegna la raccolta dei 535 disegni, la biblioteca di Bergamo si è mostrata adeguata al compito di mantenere vivo il ricordo del concittadino. Persino le autorità russe nel 1874 manifestarono l’interesse ad avere copia di documenti del fondo Quarenghi perché tra essi si trovavano tracce della loro illustre sovrana del secolo precedente.

Accanto a minute notazioni di biblioteconomia, con la storia della collocazione della raccolta quarenghiano nelle sedi della biblioteca (che torna nel Palazzo Nuovo nel 1927) e delle cassapanche utilizzate per esporre i suoi documenti, il saggio di Bravi e Angelini ricostruisce poi, nel corso del Novecento, i momenti della riscoperta di un autore che è stato per molto tempo trascurato. Le mostre del 1967 (150° della morte) e del 1994 (bicentenario della nascita) hanno rappresentato le ultime tappe di una rivalutazione che si è concretizzata in iniziative editoriali e culturali in senso lato, quali la nascita dell’Osservatorio Quarenghi, promotore delle iniziative di questo bicentenario, e che si protrarranno per l’intero 2017 (proprio domani apre a Milano un’altra esposizione dedicata al rapporto di Quarenghi con l’Accademia di Brera, di cui era socio onorario).

Infine due curiosità. La biblioteca civica, intitolata nel 1954 ad Angelo Mai (filologo bergamasco del primo Ottocento, eternato soprattutto dalla poesia che gli dedicò Giacomo Leopardi) merita comunque una visita: al primo piano invita allo studio l’ampio salone Furietti, e la bella sala tassiana ricorda le origini bergamasche di Bernardo e Torquato Tasso. Una sala dove – oltre al busto di un giovane Torquato e alla ricca raccolta di opere dei due poeti e di studi critici – si possono ammirare due grandi globi (terrestre e celeste) realizzati alla fine del Seicento dal geografo Vincenzo Coronelli.

L’altra è invece un interrogativo: il figlio Giulio Quarenghi nomina il padre come Giacomo e così la maggior parte dei documenti a stampa successivi. Ma l’architetto, in una lettera esposta in mostra e risalente al 1788, si firma Jacopo Quarenghi. Nella lingua italiana Giacomo e Jacopo sono varianti dello stesso nome. Resta però la curiosità di capire (a meno che non esistano molti altri documenti autografi di segno opposto) perché in questo caso si sia affermata la forma diversa da quella usata dal legittimo interessato.

Manoscritte e a stampa, splendono le carte di Dante

Presentazione della mostra dantesca in corso a Torino, mio articolo pubblicato oggi sulle pagine culturali di Avvenire

Riccardiano 1035
Riccardiano 1035
Tesori così preziosi che meritano di essere custoditi in un caveau, anche se di una biblioteca. Sono i manoscritti medievali e le antichissime edizioni a stampa delle opere di Dante Alighieri, soprattutto della Commedia, esposti appunto nei caveau della Biblioteca Reale di Torino fino al 31 luglio nell’ambito della mostra «Più splendon le carte. Dante dal tempo all’etterno», curata da Giovanni Saccani (direttore della Biblioteca Reale) e da Donato Pirovano (docente di Filologia dantesca all’Università di Torino) con il sostegno dell’associazione Metamorfosi.

L’ampia diffusione della Commedia, trasmessa da centinaia di codici (ci sono rimasti circa 300 manoscritti solo del periodo 1330-1400), è di per se stessa un segno del successo che arrise subito al poema. Tuttavia – a scorno degli studiosi – di Dante non si è conservato un solo foglio autografo, neanche un’epistola, magari di quelle che riferisce di aver visto – un secolo dopo la morte del poeta – il cancelliere della Repubblica fiorentina Leonardo Bruni, precisando che «era la lettera sua magra e lunga e molto corretta». E il diffondersi di manoscritti emendati dai copisti sin dall’età più antica e poi variamente contaminati rende oggi quasi impossibile realizzare un’edizione critica secondo il metodo stemmatico.

Della trasmissione dei testi e della attività dei commentatori sono offerti al pubblico una sessantina di capolavori di arte miniata, di incunaboli e di cinquecentine (oltre a importanti edizioni dei secoli seguenti) sommando al ricco patrimonio della Biblioteca Reale di Torino (e di biblioteche universitarie del capoluogo piemontese) alcuni esemplari eccezionali custoditi a Firenze (Biblioteca Nazionale Centrale, Riccardiana e Mediceo Laurenziana) e a Milano (Biblioteca Trivulziana). Si va dall’Ashburnham 828, verosimilmente il più antico codice datato della Commedia, copiato a Pisa nel 1334, al facsimile del Trivulziano 1080, trascritto a Firenze nel 1337 dal calligrafo Francesco di Ser Nardo da Barberino (forse l’iniziatore dell’officina scrittoria dei «cento Danti»); dal Riccardiano 1035, uno dei tre eseguiti da Giovanni Boccaccio (l’illustrazione mostra l’incipit dell’Inferno), al codice del XV secolo (danneggiato da un incendio nel 1904 alla Biblioteca Nazionale Universitaria torinese) con il commento di Iacomo della Lana, composto tra il 1323 e il 1328. Eccezionale valore documentario riveste il facsimile dell’Officiolum di Francesco da Barberino, cioè il Libro d’Ore, in formato «tascabile», che risalirebbe agli anni tra il 1304 e il 1309 e che mostra due illustrazioni che sembrano ispirate dall’Inferno dantesco.

Non meno importanti alcune edizioni a stampa: dal facsimile dell’editio princeps (Foligno 1472) alla «aldina» in ottavo curata da Pietro Bembo nel 1502 (e divenuta il testo standard per tutto il Cinquecento) fino all’edizione curata nel 1555 da Ludovico Dolce, che «inventò» il fortunato aggettivo Divina accanto al titolo Commedia. O ancora, l’edizione degli Accademici della Crusca nel 1595 a Firenze per avere un testo affidabile da citare nel Vocabolario. In mostra anche molti volumi ottocenteschi con dediche ai sovrani di casa Savoia, e una rassegna di edizioni in alcune lingue straniere (anche ebraico e russo). Tra le altre opere dantesche da segnalare le prime edizioni della Vita nuova (1576), del De vulgari eloquentia (nella traduzione italiana di Giorgio Trissino) e della Quaestio de aqua et terra (testimone principe di un’opera di cui non esiste copia manoscritta).

Il catalogo (edito da Hapax) è utile per addentrarsi nei sentieri intricati della tradizione delle opere dantesche guidati dal saggio introduttivo di Donato Pirovano e dalle approfondite schede realizzate da quattro sue studentesse della Laurea magistrale in Filologia, letteratura e linguistica italiana, autrici anche dei pannelli e delle didascalie che nella sede della mostra illustrano le opere esposte. (Per informazioni: http://mostre.bibliotecareale.beniculturali.it ).

Pagine in eccesso

cavaliere_half_ Apprezzo e condivido la riflessione di Riccardo De Benedetti, già pubblicata sul suo blog “Cronache di Pastrufazio”
http://tinyurl.com/c48h3c3

I libri e la speranza di vita

È da qualche tempo che credo di aver superato, e di molto, la soglia che mi permette di dire: se anche evitassi tutte le attività, gli impegni, le occupazioni familiari e lavorative che riempiono le mie giornate; se le lasciassi scorrere senza parteciparvi, ebbene, anche se si verificasse questa strana e impossibile situazione, nel tempo che mi resta da vivere, non riuscirei a leggere tutti i libri che ho nella mia biblioteca. È una sensazione di finitezza maggiore di quella che mi dà l’invecchiamento delle mani o la comparsa di quei segni, labili ancora per poco, di decadenza del corpo. A tal punto i libri entrano nella biologia di una persona?