Un enigma linguistico e una ricerca del senso della vita

 

20180328_173527Una «favola», la definisce il suo autore nella Postilla, ma anche una «storia vera». Certamente Il segreto di Pietramala, primo romanzo del linguista Andrea Moro (docente all’Istituto universitario di studi superiori di Pavia, Iuss), è un giallo culturale: da una ricerca universitaria di tipo glottologico (e filologico) nasce un’avventura intrigante tra la Corsica e New York. Giunto da Parigi con il compito noioso di registrare e analizzare la lingua di un paese remoto dell’entroterra corso, il giovane studioso italiano Elia Rameau (trasparente alter ego professionale dell’autore) si imbatte in un mistero che lo attira a sé e determina una svolta dell’intera sua vita. Infatti il villaggio di Pietramala si rivela non solo deserto, ma abbandonato da secoli, e mostra altre due caratteristiche oscure: non si trova alcun documento scritto (tranne un’iscrizione che si rivelerà decisiva) né – particolare inquietante – alcuna tomba di bambini. L’animo dello studioso prevale sulla tentazione di lasciar perdere un così minuscolo tassello dell’atlante linguistico che è stato incaricato di completare da una prestigiosa società di linguistica francese e, complice l’incontro con la giovane Clara Maria che gli offre una traccia preziosa, oltre a rapirgli il cuore, Elia decide di raggiungere negli Stati Uniti un misterioso professor Ismael Shannon, che pare avere avuto lo stesso interesse per la lingua di Pietramala. Muovendosi tra i meandri della Grande Mela, il giovane scienziato delle lingue potrà contare sull’aiuto di una coppia di attori teatrali (Ariel e Calibano) e di un ascensorista cieco (Ireneo) per giungere a formulare un’ipotesi plausibile a spiegare tutti i misteri. Prima però sarà irretito dalla personalità dell’anziano (e ricco) professore, esponente di un club esclusivo (il Giardino degli Equivalenti) composto da facoltosi studiosi, che da un lato gli fornisce lezioni su arcane scoperte linguistiche e gli offre possibili indizi da analizzare, dall’altro sembra stranamente favorire la perdita di tempo e il disorientamento di Elia. Al punto che il giovane linguista finisce con il cadere in una sorta di crisi esistenziale (la «notte dei lunghi pensieri»), da cui si risolleva anche grazie agli amici attori. Deciso a venire a capo del mistero, Elia individua una pista che scioglierebbe gli enigmi, che però ha bisogno di una verifica finale “in loco”. Rientrato in Corsica potrà accertare la bontà della sua ipotesi, non senza correre qualche serio rischio personale.

Il semplice riassunto non rende ragione della complessità e del fascino del romanzo. Andrea Moro si muove ovviamente a suo agio nelle teorie linguistiche, e riesce così a trasmettere al grande pubblico concetti che solitamente sono ristretti ai lettori dei suoi libri specialistici: I confini di Babele, Breve storia del verbo essere, Le lingue impossibili, i cui temi sono in diversa misura richiamati nel romanzo. Anche la grammatica generativa di Noam Chomsky diventa parte della trama e della soluzione dell’intreccio. E c’è spazio – in un’opera di “invenzione” – per argomenti teorici piuttosto complessi quali i fondamenti neurobiologici del linguaggio e la possibilità di creare una lingua artificiale, da usare come strumento di controllo della popolazione da parte di un gruppo di potere. Ma incuriosisce altrettanto – diventa una sorta di caccia al tesoro – scoprire le molte allusioni, letterarie o meno, di cui il libro è intessuto, che fanno sì che Andrea Moro chieda venia dei “furti” commessi: non mi riferisco alle citazioni vere e proprie degli autori classici e biblici, medievali e moderni, ma di una fitta trama di richiami quasi letterali che vanno da Dante a Manzoni al fumetto di Charlie Brown, da Omero a Saffo e Catullo, per citarne solo alcuni, ma una prima lettura veloce non basta a individuarli e apprezzarli tutti. Anche di Umberto Eco si sentono richiami, soprattutto nell’idea – motore dell’azione nel Nome della rosa, meno nel romanzo di Moro – della riscoperta di un testo perduto della letteratura classica. In Eco si trattava del secondo libro della Poetica di Aristotele, qui del De analogia di Giulio Cesare, il cui manoscritto – dopo aver vagato tra i giansenisti di Port-Royal e Bologna – si immagina giunto a Pavia, città della formazione e dell’attività accademica del professor Moro: custodita sotto l’urna del filosofo Severino Boezio collocata sotto l’arca di sant’Agostino nella chiesa di San Pietro in Ciel d’Oro, l’opera viene recuperata infine in uno scantinato dell’Università. Qualche altra inquietante valutazione meriterebbe lo scioglimento della vicenda, ma occorrerebbe svelare troppi particolari e togliere gusto ai futuri lettori.

Elia è un personaggio piuttosto singolare: ha sei dita nella mano sinistra, soffre di escatofobia (terrore che le cose finiscano), che spiega una sua singolare abitudine: invertire l’ordine delle pietanze, cominciando da caffè e dolce per finire con il primo e gli antipasti. Da bambino vive il trauma della separazione dei genitori e li perde poi abbastanza presto, venendo affidato a una misteriosa – e ricchissima – Signora, che non bada a spese per fornirgli una adeguata formazione universitaria, con tanto di specializzazione a Boston. Ha una passione per la «matematica che sta dentro nella lingua» (avrà un ruolo cruciale nello sciogliere l’enigma) e insegue la propria realizzazione: «Era venuto il momento per me di capire cosa fare della mia vita».  Nel percorso per decifrare la lingua di Pietramala, Elia approfondisce il rapporto tra scienza e fede («la scienza è l’unica porta verso la fede perché illumina quello che non so e forse non potrò mai sapere») e scopre che il fidarsi di qualcuno è la chiave di volta, «è un elemento essenziale della vita»: come gli diceva un suo vecchio professore, gli uomini del Medioevo iniziavano a costruire cattedrali di cui non avrebbero visto la fine, regali a chi non esisteva ancora.

Infine, con un andamento che si scoprirà circolare, il romanzo termina con una riflessione sull’incipit in greco del Vangelo di Giovanni e la sua struttura sintattica: seguendo un messaggio della Signora, Elia medita sulle parole Verbo e Dio. Un romanzo che indaga sulla potenza delle lingue umane («oggetti naturali e non convenzioni culturali di natura arbitraria») non evita di interrogarsi anche sulla Parola per eccellenza, il Verbo.

 

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«Al Bambino Gesù siamo pronti ad accogliere Alfie»

Intervista a Mariella Enoc, presidente dell’ospedale pediatrico del Papa, sul caso del bimbo inglese a cui il tribunale vuole interrompere i supporti vitali. Oggi su Avvenire

Ospedale Bambino Gesù
Ospedale Bambino Gesù

«Siamo pronti ad accogliere Alfie, come facciamo con tanti bambini che giungono qui da ogni parte del mondo. Non promettiamo certo di guarirlo, ma di prendercene cura, senza accanimento terapeutico». Mariella Enoc, presidente dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, è pronta a mettere a disposizione della famiglia di Alfie le competenze e l’attenzione di un centro di eccellenza noto in tutto il mondo. Anche ora che la vicenda si è inasprita, con la presenza addirittura della polizia all’Alder Hey Children’s Hospital di Liverpool, l’«ospedale pediatrico del Papa» ribadisce la sua missione umanitaria, per la quale stanzia ingenti risorse ogni anno: «Quando è in gioco la vita non possiamo tirarci indietro».

Quali contatti avete avuto con il caso di Alfie?

Siamo stati interessati nel luglio scorso, quando è stata chiesta una consulenza ai nostri specialisti. Poi a settembre è arrivata la richiesta ufficiale da parte dei rappresentanti in Italia della famiglia, l’associazione Giuristi per la vita, di accogliere al Bambino Gesù il bambino con la sua famiglia. Lo scorso 11 settembre un’équipe di nostri tre medici, neurologi e anestesisti, ha visitato il bambino ricoverato presso l’ospedale di Liverpool. Al ritorno abbiamo più volte offerto e confermato la disponibilità ad accogliere Alfie presso la nostra struttura di Roma. Il bambino ha una malattia genetica neurodegenerativa associata a epilessia, ed è in uno stato – definito dai medici del Bambino Gesù – semi vegetativo. Secondo i nostri specialisti, sarà difficilissimo che per il bambino possa esserci un esito positivo, però sono possibili altri approfondimenti.

Non è un trasferimento a rischio?

La valutazione dell’anestesista è stata che il bambino potrà avere dei problemi durante il viaggio ma sarà assistito da un’équipe. C’è qualche rischio, ma che i genitori possono accettare, rispetto a staccare la spina. Noi non andiamo a negare che la diagnosi che ha fatto l’ospedale inglese possa essere corretta, offriamo solo la possibilità che il bambino possa continuare a vivere. Per noi è un po’ difficile capire perché non si voglia permettere il trasporto.

Si può cadere nell’accanimento terapeutico?

Noi diamo la disponibilità ad accoglierlo e prendercene cura: non diciamo che il bambino potrà essere guarito. Siamo disponibili a curarlo come facciamo con ogni bambino, senza accanimento terapeutico. Il bambino ha sondini, e i nostri medici – per farlo soffrire meno – propongono una tracheotomia e un’alimentazione tramite Peg. L’accanimento non è tenere in vita, ma tenere in vita procurando sofferenze. Oggi si può curare senza procurare sofferenze. La Chiesa non vuole che si muoia soffrendo, si possono dare farmaci che rendono anche il passaggio verso la morte meno doloroso. Non sono una bioeticista, ma credo che, se non facciamo soffrire, la cura sia dovuta.

Significa attuare quell’accompagnameno di cui parlava il Papa nel suo tweet su Alfie pochi giorni fa?

Noi certo siamo l’ospedale del Papa, ma vorrei che il Bambino Gesù fosse considerato un ospedale di altissimo livello scientifico, che mantiene profonde radici nel messaggio del Vangelo. Poi l’ospedale realizza anche opere straordinarie in ricerca e terapia: penso all’ultima scoperta con il Car-T, la nuova cura oncologica con una manipolazione cellulare. Il nostro è un ospedale che studia tanto, ricerca tanto, perché la prima nostra missione è quella di poter guarire i bambini, e su questo investiamo le risorse migliori. Ma quando questo non è possibile, c’è la cura, c’è l’assistenza, c’è la compassione nel senso migliore della parola.

Il caso di Alfie è molto particolare per voi?

Non si guarisce mai tutti, però si può curare tutti fin dove è possibile. A nessun bambino togliamo la possibilità di vivere. Si tratta solo di lasciarlo venire, sono i genitori che si assumono la responsabilità. Arrivasse stanotte o domani mattina, siamo pronti. Come arrivano tanti altri: i nostri medici vanno in ogni parte del mondo a prendere bambini bisognosi di trapianto o altre cure. Abbiamo casi tragici da Paesi in guerra: come Wafaa, la bambina siriana bruciata al 60 per cento, che avrà bisogno di un ricovero che va oltre un anno e di almeno due interventi al mese.

Charlie, Isaiah, Alfie: casi che si ripetono e sembrano adombrare dietro la decisione di abbandonare le cure anche la motivazione economica. Curare questi bambini è un costo sostenibile?

Quest’anno per poter curare i bambini che vengono da tante parti del mondo, e non pagano nulla, ho l’obbligo morale di trovare sei milioni di euro, calcolati nel bilancio di previsione. Devo garantire una buona gestione dell’ospedale: è una bella sfida. Questi fondi li devo trovare gestendo bene l’ospedale del Papa. E con l’aiuto di tante persone generose. Grazie a Dio.

Cnb, un pensiero forte tra corpo e tecnica

Rinnovato il Comitato nazionale per la bioetica (Cnb), un giro di pareri del presidente e dei tre vicepresidenti. Il mio articolo pubblicato ieri su Avvenire, nelle pagine della sezione è vita

palazzo chigiIn un mondo che corre veloce nel pro­gresso delle tecnologie biomediche e nel mutare delle condizioni socio-­assistenziali, la bioetica deve affron­tare quotidianamente sfide sempre più spesso inedite. Ecco perché è importante il rinnovo del Comitato nazio­nale per la bioetica (Cnb) da parte del governo, reso noto lunedì. Un passo at­teso da tempo, visto che il mandato del precedente era scaduto nel settembre 2017. A presiedere il gruppo di 26 esperti sarà Lorenzo D’Avack, professo­re emerito di Filosofia del diritto e do­cente di Bioetica e biodiritto all’Univer­sità Roma Tre (già presidente vicario del Cnb dal dicembre 2015). Tre i vicepresidenti: Riccardo Di Segni, rabbino capo della Co­munità ebraica di Roma; Mariapia Ga­ravaglia, docente alla facoltà di Psicolo­gia all’Università La Sapienza di Roma; e Laura Palazzani, docente di Filosofia del diritto all’Università Lumsa di Roma. Del Cnb fanno anche parte, quali mem­bri consultivi, i presidenti di alcuni or­ganismi: Consiglio nazionale delle ricerche, Consiglio superiore di sanità, Fe­derazione nazionale degli Ordini dei me­dici, Federazione nazionale dei veteri­nari, Istituto superiore di sanità.

Ma quali urgenze attendono il nuovo Comitato? «Nei decenni passati – riflet­te Lorenzo D’Avack – l’attenzione è sta­ta molto forte nel settore clinico, nelle biotecnologie, nella genetica. Oggi dob­biamo fare attenzione all’etica sociale, a un equo accesso alle cure, che coinvol­ge più direttamente il vivere civile. I­noltre la dignità della vita è spesso citata ma poi dimenticata, c’è il problema della commerciabi­lità del corpo, delle speri­mentazioni (penso al caso degli ovociti), del gene edi­ting, già in parte affronta­to ». Sul tavolo un paio di questioni: «Il direttore ge­nerale di Aifa, Mario Me­lazzini, ci interpella sull’ammissibilità del tra­pianto di reni non quali­tativamente perfetti, per­ché i donatori sono porta­tori del virus dell’epatite C, patologia peraltro che ora si può curare con farmaci molto costosi. L’Istituto oncologico Re­gina Elena di Roma ci ha poi sot­toposto il tema del consenso infor­mato nella conservazione di tessuti biologici. In base alla legge 3 del 2018 il presidente del Cnb è tra i compo­nenti di diritto del Centro di coordi­namento nazionale dei comitati etici territoriali in ambito di sperimenta­zione clinica dei farmaci».

Tra i vicepresidenti, il volto nuovo è quel­lo di Mariapia Garavaglia, che vanta u­na lunga conoscenza dei problemi so­ciosanitari: sia come ministro della Sa­nità sia come presidente della Croce Ros­sa Italiana. «Proprio perché ho attraver­sato diverse situazioni che riguardano la tutela della salute, oggi sono molto preoc­cupata della formazione degli operatori sanitari. Anche perché alcune recenti leggi, per esempio quella sulle Disposizioni anticipate di tratta­mento, implicano che ci sia u­na consapevolezza particola­re nel personale sanitario. Le professioni sanitarie so­no direttamente implica­te nella tutela della per­sona e nell’inviolabilità della vita: il nostro corpo va salvaguardato non so­lo con l’arte medica ma anche trattandolo come involucro di dignità e spi­ritualità. E poi, l’idea che tra poco mancheranno molti medici non è un pro­blema grave per un governo?». Garavaglia pensa a «un lavoro di approfondimento sul valore delle professioni sanitarie, tutte, da quella apparentemente più modeste alle più e­levate: occorre che ognuna di esse ven­ga concepita in modo profondamente umanistico».

Il rabbino Riccardo Di Segni – che ha una formazione medica – osserva dal canto suo che «la bioetica naviga sempre tra due poli differenti: una si occupa del problema tecnico estremamente parti­colare, l’altra investe problemi di socia­lità vasta, che interessano il pubblico molto più ampiamente». Il Cnb esami­na entrambi gli aspetti: «Non va dimenticato che siamo organo di consulenza del governo, che ci chiede di affrontare determinati problemi, oppure sono i sin­goli membri che propongono temi sul­la base della loro esperienza. Nella com­posizione attuale vedo molte persone che hanno una sensibilità a problemi sociali ampi».

«Sono contenta che il Cnb sia stato ri­nominato – puntualizza infine Laura Palazzani – perché è importante che l’Ita­lia sia presente con i suoi rappresentan­ti ai prossimi appuntamenti internazio­nali: dal Forum dei comitati etici euro­pei, in settembre a Vienna, al decennale del Comitato di bioetica tedesco, in giu­gno ». Tra i temi da affrontare «ce ne so­no alcuni abbozzati ma non sviluppati nel precedente Comitato: il trapianto di utero, l’inquietante trapianto di testa-­tronco (di cui pare sia prossimo un esperimento), le neuroscienze con la sti­molazione transcranica (che potrebbe provocare cambi di personalità) oppure la guida con veicoli autonomi. Infine ri­tengo interessante approfondire il tema della medicina di genere e della speri­mentazione farmacologica sulle donne». Il lavoro, certo, non mancherà. 

Sclerosi multipla, un cammino di libertà

In occasione del 50° anniversario della Associazione italiana sclerosi multipla, una chiacchierata con Mario Alberto Battaglia sullo stato della lotta contro questa malattia neurodegenerativa. Ieri il mio articolo su Avvenire, nelle pagine della sezione è vita

aismVanno in barca a vela, recitano a teatro, fanno sport e cantano. Soprattutto lavorano e vivono, come tutti. Attualmente le persone con sclerosi multipla svolgono attività e ottengono risultati impensabili solo una ventina di anni fa. «E tutto questo grazie agli enormi passi in avanti compiuti dalla ricerca scientifica» osserva Mario Alberto Battaglia, presidente della Fondazione italiana sclerosi multipla (Fism) che assieme alla Associazione italiana sclerosi multipla (Aism) finanzia gran parte degli studi che puntano a trovare cause e rimedi a questa malattia neurodegenerativa, che colpisce 114mila persone in Italia (2,5 milioni nel mondo), e registra 3.400 nuovi casi l’anno. «Ma non si può dimenticare – aggiunge Battaglia – la loro grande forza di volontà, che li porta ad applicarsi con determinazione per realizzare i propri obiettivi». La storia della lotta alla sclerosi multipla segna quest’anno una data importante: i 50 anni dalla nascita dell’Aism, celebrati con la campagna #SMuoviti per invitare tutti a impegnarsi a cambiare il destino della malattia: sviluppando strategie collaborative a livello sociale e lavorativo e finanziando la ricerca. Proprio ieri è stato pubblicato il bando Fism 2018 che può contare su 5 milioni di euro, due in più dell’anno precedente. «La ricerca ha cambiato in modo drastico le condizioni dei malati » conferma Battaglia. E cita «una frase che piaceva a Rita Levi Montalcini», la scienziata premio Nobel per la Medicina che fu prima presidente nazionale di Aism e poi presidente onorario: «Si comincia a vedere una luce in fondo al tunnel». «Oggi – commenta Battaglia – siamo già fuori dal tunnel, abbiamo la luce. Anche se ci sono ancora alcuni aspetti in ombra, in particolare sulla definizione della causa della ma-lattia, su terapie efficaci per la forma progressiva e sulla possibilità di bloccare sul nascere la malattia, anche per la forma recidivante che è la più comune e la meglio controllata grazie ai nuovi farmaci ». Infatti poter intervenire sin dall’inizio su una malattia progressiva presenta indubbi vantaggi: «Consente di poter limitare i peggioramenti e procrastinare o addirittura evitare che si giunga a uno stato di disabilità».

Un’altra condizione che ha cambiato lo scenario è la diagnosi: «Oggi si ottiene nel giro di poche settimane al massimo – continua Battaglia –, mentre un tempo ci volevano anni e spesso era una dia- gnosi di esclusione. Sino alla fine degli anni Ottanta non era disponibile la risonanza magnetica nel Servizio sanitario in tutte le città. E la diagnosi tardiva, accompagnata dalla mancanza di farmaci efficaci, portava più facilmente le persone a peggiorare sino a finire in carrozzina, e talvolta allettate. Per una donna (sono i due terzi dei malati) cui oggi venga diagnosticata la forma recidivante della sclerosi multipla (l’85% dei casi), la probabilità di diventare disabile non solo è bassa, ma si manifesta mediamente non prima di 25 anni, grazie anche alla terapia instaurata precocemente ». Terapie che hanno fatto passi avanti giganteschi: «I primi farmaci efficaci hanno cominciato a essere disponibili dalla metà degli anni Novanta: e diminuendo l’infiammazione, cioè la pesantezza dell’attacco della malattia, o addirittura riuscendo preventivamente a bloccare i successivi attacchi, il danno al sistema nervoso (che non sappiamo tuttora riparare) è minore e diminuisce la probabilità di raggiungere la disabilità. E sempre grazie ai progressi della ricerca sui farmaci si interviene meglio sui sintomi, quali dolore e spasticità».

Altre battaglie importanti sono di tipo sociale: accanto a risultati innegabili, ci sono obiettivi ancora da raggiungere. «Se è diminuita, non cancellata, la paura delle conseguenze fisiche della malattia – continua Battaglia – resta peraltro il timore dello stigma: il datore di lavoro talvolta ritiene che la persona non possa lavorare, il che è un falso clamoroso. In realtà possono convivere gran parte della loro vita lavorativa con la malattia, magari con qualche difficoltà come aiutarsi con un bastone». Anche la vita familiare e sociale può presentare alcune difficoltà, ma gestibili in modo molto più appropriato di anni fa. Oltre agli interventi strettamente farmacologici, si è sviluppata molto la riabilitazione: «Non è solo “un po’ di ginnastica”: si insegna al nostro sistema nervoso a fare la stessa cosa trovando un’altra strada intorno alla lesione per trasmettere il segnale come si vede anche con la risonanza magnetica».

Tra gli obiettivi futuri resta il superamento di alcune criticità. «Da un lato – osserva ancora Battaglia – fare chiarezza sulle cause della malattia; oltre a trovare cure per le forme progressive: su questo fronte abbiamo avviato un grande progetto che finanziamo, con Stati Uniti, Canada, Regno Unito, mettendo intorno a un tavolo associazioni, ricercatori e clinici, le aziende farmaceutiche e le autorità regolatorie (Fda, Ema). Ci saranno nuove molecole che possono diventare farmaci, la ricerca con le cellule staminali sull’uomo, progetti che finanziamo per vincere la sclerosi multipla anche riparando il danno». Dall’altro «ottenere maggiori tutele lavorative: ci siamo battuti in Parlamento per ottenere il diritto al part-time. E abbiamo voluto che fosse valido anche per altre malattie cronico-invalidanti progressive ». Perché la solidarietà non si confina.

Ibridi pecora-uomo. Coviello: «C’è un limite da rispettare»

Sull’esperimento che ha fatto sviluppare un embrione di pecora con l’aggiunta di cellule umane, realizzato negli Stati Uniti, parla il genetista Domenico Coviello, dell’ospedale Galliera di Genova. La mia intervista pubblicata oggi su Avvenire

Coviello
Domenico Coviello

«In questo caso non sono stati fusi i genomi, ma non si può manipolare l’embrione, rischiando di alterare la natura dell’uomo. Va ricordato che le differenze tra le specie non sono barriere facili da superare, e senza rischi». Commentando l’annuncio che viene dagli Stati Uniti di un esperimento con cellule umane inserite in un embrione di pecora. Domenico Coviello, direttore del Laboratorio di genetica umana dell’ospedale Galliera di Genova, sottolinea un altro aspetto: «Avere organi per i trapianti in questo modo è ben lungi dall’essere a portata di mano: non si devono illudere i malati».

Qual è il significato scientifico di questo esperimento?

Va chiarito che in questo esperimento non c’è stata una fusione di cellule, una commistione del genoma umano con quello animale. L’embrione è partito totalmente autonomo, con genoma animale, e solo dopo l’inizio dello sviluppo le cellule ovine sono state affiancate da cellule umane: non quelle embrionali – in grado di formare un individuo – ma cellule adulte riprogrammate, quindi portate indietro nello sviluppo per essere molto più “elastiche”, in grado di adattarsi all’ambiente.

Quali gli obiettivi?

L’idea è di poter avere organi compatibili con la sopravvivenza in un organismo umano. Ma l’esperimento è durato veramente poco tempo, solo 28 giorni. Lodevole pensare di giovare a persone che aspettano un organo da trapiantare e sono sospese nella loro sofferenza, ma la strada è ancora molto lunga: da questo esperimento a poter avere un organo che possa condividere queste cellule umane in un organo animale ne corre. Diciamo che è un tentativo verso questo traguardo.

Le chimere, organismi misti uomo-animale, sono vietati dalla legge 40 e condannati da un parere del Comitato nazionale per la bioetica. Perché?

Perché c’è il rischio di ottenere qualcosa che modifichi in modo drammatico e non naturale l’essere umano. Da un lato sappiamo che ci sono voluti millenni per piccole modifiche che continuamente si producono nell’evoluzione, che favorisce l’elemento ottimale. Diverso è manipolare genomi dove i risultati sono inattesi e ignoti. La scienza non si può bloccare, sarebbe come rinnegare la natura umana, ma la conoscenza umana è anche fatta per regolare le applicazioni: quando queste metodiche potessero drasticamente variare il genoma umano andremmo nell’inatteso e in un grave pericolo per la specie umana, che fa sorgere quindi enormi dubbi etici. Perché non sappiamo bene che cosa possa derivarne.

Che differenza c’è tra la chimera e lo xenotrapianto?

La grossa distinzione è tra organo e intero organismo. Quindi ben vengano gli studi condotti sinora che cercano di ottenere organi utilizzando cellule staminali adulte. Applicare metodiche nuove per l’organo va bene perché se qualcosa non funziona si distrugge l’organo stesso. Diverso – quello che è assolutamente vietato – è manipolare l’embrione, che può dare origine a una specie “deviante”.

Quanto sono solo futuribili gli obiettivi di questi esperimenti?

Alcune tecniche possono aiutare l’uomo, ma che la via della chimera sia utile o potenzialmente fattibile mi pare poco probabile. Perché la natura ha fatto cose così grandi, e noi a poco a poco ne comprendiamo solo brevi pezzetti: se cresce il raggio della nostra conoscenza, cresce ancora di più la circonferenza di quel che non sappiamo. E se esistono specie differenti ci sono motivi validi. Quello della differenza tra una specie e l’altra è veramente un passo assai rilevante: non so quanto sia realizzabile, quanto si riveli un’illusione per le persone che soffrono, e quanto sia sicuro per la specie umana.

Come dovrebbero porsi gli scienziati quando affrontano strade che toccano l’essenza della specie umana? Gli obiettivi di curare persone malate possono superare perplessità etiche?

Come ricercatore e scienziato penso che il fine non giustifichi i mezzi. Rispettare il limite è il nostro compito, ma è anche compito della stampa e della cittadinanza essere coscienti di quello che avviene per dare un giudizio e decidere qual è il limite nell’applicare le conoscenze scientifiche. Questo è il motivo per cui si dice che l’embrione umano non si deve toccare. Anche la tecnologia Crisp/ Cas (alla base dell’editing genetico, ndr) ha senso se si usa sulle cellule, non sull’embrione.

«Robotica e terapie hi-tech per malati e disabili»

Intervista a Maria Chiara Carrozza, nuovo direttore scientifico della Fondazione Don Gnocchi, che illustra lo spirito che anima chi applica la scienza e la tecnologia più avanzata nell’assistenza riabilitativa, sulla scia del desiderio del sacerdote ora beato che voleva offrire il meglio ai suoi mutilatini. L’articolo è stato pubblicato su Avvenire del 1° febbraio, nelle pagine della sezione è vita

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Maria Chiara Carrozza (Fondazione Don Gnocchi)

«La Fondazione Don Gnocchi mette a disposizione dei pazienti più fragili o che rischiano di essere trascurati le tecnologie più avanzate. In più la sua distribuzione sul territorio nazionale consente di reclutare un gran numero di soggetti per sperimentare e validare scientificamente i protocolli di cura per offrirli poi alla sanità nazionale, che è il compito proprio di ogni Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs)». Maria Chiara Carrozza, 52 anni, di Pisa, è da poche settimane direttore scientifico della Fondazione Don Carlo Gnocchi onlus: laureata in fisica e docente di Bioingegneria industriale alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, di cui è stata anche rettore, è stata ministro per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca (Miur) del governo Letta, ha fatto ricerca ponte tra neuroscienze e robotica, fondato una start-up e si è occupata di protezione della proprietà intellettuale; dal novembre 2016 è anche presidente del Gruppo nazionale bioingegneria.

Dal curriculum sembrerebbe la persona giusta al posto giusto, è così? 

Sono venuta qui spinta da una forte motivazione, perché conosco la Fondazione da quando ho favorito la convenzione tra la Scuola superiore Sant’Anna con il Centro Don Gnocchi di Firenze. Abbiamo creato un laboratorio congiunto (MARe Lab), dove ho lavorato come ricercatrice. Mi sento di continuare la lunga tradizione di collaborazione tra la bioingegneria italiana e la Fondazione Don Gnocchi. L’esperienza che ora affronto rappresenta un po’ il completamento del mio percorso nella bioingegneria: la ricerca traslazionale punta infatti a portare i suoi risultati direttamente a beneficio del paziente, nel suo percorso di riabilitazione, per accompagnarlo al recupero della sua vita sociale, affettiva, lavorativa, limitando anche i costi per la famiglia e per la società.

La tecnologia robotica in ambito sanitario è un aiuto o rischia di snaturare la relazione di cura? 

La Fondazione Don Gnocchi ha una grandissima forza che è l’etica della centralità della persona, concentrandosi sui suoi bisogni piuttosto che sull’aspetto scientifico puro. L’obiettivo della tecnologia è trasformarsi in un protocollo di riabilitazione: se per un ictus un paziente subisce un’emiparesi, il terapista lo aiuta con una ginnastica specifica, per esempio a recuperare il movimento del braccio. Questo esercizio può essere fatto anche con il supporto di una macchina: il paziente indossa un manipolatore e, sotto la supervisione del terapista, viene stimolato a compiere movimenti attraverso un’interfaccia specifico o un videogame. Il braccio robotico misura esattamente la forza esercitata, il movimento residuo e fornisce al terapista – che resta al centro del programma di riabilitazione – una serie di parametri utili. Fino a quando il soggetto riapprenderà il movimento corretto e riuscirà a compierlo in modo autonomo. Centrale resta comunque l’intenzionalità da parte del paziente, non è mai un movimento passivo: è anche una sfida cognitiva.

Quali risultati sono stati già ottenuti? 

Di recente sono stati presentati a Roma i dati preliminari di una ricerca dei centri Don Gnocchi che confermano l’efficacia della riabilitazione robotica o tecnologicamente assistita. Però il percorso è ancora lungo: vogliamo dimostrare l’efficacia di questi strumenti molto potenti nelle mani del terapista. Il valore di questo studio sta nel fatto che ha riguardato 8-9 centri in Italia, coinvolgendo un numero significativo di pazienti. Lo studio multicentrico è fondamentale per il processo di validazione delle terapie, da poter poi offrire alla sanità nazionale e regionale. E un altro punto di forza della Fondazione è proprio la sua presenza diffusa sul territorio nazionale (in nove regioni dal Piemonte alla Basilicata, ndr): questo permette anche di ridurre la disuguaglianza sociale nell’accesso alle cure, portando la riabilitazione il più possibile vicino a dove il paziente vive. La ricerca della Fondazione non riguarda solo la robotica, ma anche le nanotecnologie per la diagnostica, i marcatori per la sclerosi multipla, altre tecniche o terapie puramente mediche, o di imaging biomedicale, il neuroimaging.

Come vede quindi il suo compito di direttore della ricerca della Fondazione Don Gnocchi? 

Sono affascinata dall’idea di trasformare categorie deboli in categorie che sperimentano gli strumenti più all’avanguardia e che hanno la possibilità, con un piccolo sforzo, di vivere meglio una malattia o una disabilità, evitando che diventi causa di grande solitudine. Persone che per le loro disabilità sono considerate deboli e bisognose diventano protagoniste di un rilancio tecnologico e delle sperimentazioni più all’avanguardia: le protesi per gli amputati sono sempre state molto semplici e uno stigma di disgrazia; oggi un ginocchio elettronico è un grande risultato della bioingegneria, con materiali sofisticati e strumenti avveniristici come il neurocontrollo. Mio obiettivo è quindi lavorare nella tradizione della Fondazione in questo ambito di malattie rare e neurodegenerative, i cui pazienti sono spesso considerati solo un costo sociale e hanno a disposizione pochi farmaci e risorse. La potenza del messaggio di don Gnocchi (che voleva poter offrire il meglio ai suoi pazienti) è proprio rovesciare la medaglia: trasformare un destino che sembra negativo e di marginalità in qualcosa che serve alla sperimentazione di nuova scienza e quindi farne un punto di forza.

C’è un gene di speranza per l’Alzheimer

La ricerca condotta da un team italiano svela il ruolo nello sviluppo dei neuroni svolto da una proteina finora ignota, una scoperta che potrebbe avere importanza anche per gli studi sulla più comune forma di demenza. La mia intervista al professor Fabio Benfenati, pubblicata oggi su Avvenire

Benfenati Fabio, Research Director of Neuroscience and Brain Technologies at IIT.
Fabio Benfenati

La ricerca scientifica in ambito neu­rologico è tra le più complesse e delicate: studia malattie neurode­generative che compromettono le funzioni cerebrali, con effetti a vol­te devastanti, ma trova enormi difficoltà a individuare molecole veramente effi­caci. Per questo è da salutare con inte­resse la scoperta di un team multidisciplinare italiano che ha individuato un ge­ne e una proteina (il lavoro è pubblica­to su Cell Reports) che sono implicati nel­lo sviluppo neuronale e che potrebbero avere un ruolo nella patogenesi della malattia di Alzheimer. Proprio per la forma di demenza più comune si è registrata nei giorni scorsi la rinuncia del colosso far­maceutico Pfizer a proseguire le ricerche (anche il ministro della Salute Beatrice Lorenzin si è detta preoccupata). Il neu­rologo Fabio Benfenati, responsabile del Centro di neuroscienze e tecnologie sinaptiche dell’Istituto italiano di tecno­logia (Iit) di Genova, spiega il significa­to di questo studio – in collaborazione tra Iit di Genova, Università di Genova (Silvia Giovedì) e Università Vita-Salute San Raffaele di Milano (Flavia Valtorta) – e gli ostacoli che motivano le mosse delle aziende farmaceutiche. «Obietti­vamente è molto difficile trovare farma­ci efficaci per la cura delle patologie neu­rologiche – osserva Benfenati, che inse­gna Neurofisiologia all’Università di Ge­nova –, di molecole ce ne sono vera­mente poche, e gli enormi costi della ri­cerca non vengono ripagati».

La vostra ricerca porta qualche spe­ranza negli studi sulle malattie neurologiche. Come è nata?

È partita da una collaborazione con un gruppo americano di bioinformatica che metteva in relazione prodotti genici sco­nosciuti con funzioni possibili, che de­vono però essere valutate sperimental­mente. Di questo gene APache non si sa­peva nulla e quindi non entrava nean­che negli screening genici: abbiamo vi­sto che è espresso solo dai neuroni, e con una serie di studi di localizzazione e funzionali abbiamo visto che è una proteina molto importante per il traffi­co di membrana, cioè l’attività che le cel­lule svolgono incessantemente durante la crescita e nella trasmissione sinaptica. Il traffico di membrana è un’attività con­tinua nei neuroni, sia durante lo svilup­po per crescere le complesse arborizza­zioni che formano i circuiti nervosi, sia nel trasferimento delle informazioni in cui vescicole di neurotrasmettitore ven­gono rilasciate a frequenze talora altis­sime.

Dove intervengono il gene e la protei­na che avete studiato?

Quando un neurone nasce è una cellu­la sferica, poi comincia a emettere pro­lungamenti come fossero rami di un al­bero: questi processi, guidati dalla cre­scita del citoscheletro (lo scheletro cel­lulare), implicano aggiunta di membra­na. I neuroni, sia in vitro sia nei vari stra­ti della corteccia, se sono privati di que­sta proteina vanno incontro a processi abortivi, e hanno difficoltà a elaborare i prolungamenti. Nei neuroni maturi i neurotrasmettitori sono contenuti in ve­scicole sinaptiche che devono fondersi con la membrana cellulare per liberare il proprio contenuto, e la cui membra­na deve poi essere rimossa dalla mem­brana cellulare per formare nuove vesci­cole. In questo traffico di membrana A-Pache interviene nei processi che servo­no a rigenerare le vescicole, interagendo con la proteina adattatrice AP2 alfa, che serve al recupero delle vescicole. 

Cosa succede se manca?

Stiamo studiando se muta­zioni a carico del gene APa­che possano causare patologie dello sviluppo cerebrale, co­me encefalopatie epilettiche. E poiché APache è molto im­portante per la sopravvivenza dei neuroni, stiamo studian­do se nelle patologie neuro­degenerative ci sono altera­zioni primarie di questa pro­teina. Dati preliminari su tes­suti umani di malattia di Alzheimer mo­strano effettivamente diminuzioni neilivelli di questa proteina.

Pfizer ha deciso di rinunciare alle ri­cerche sull’Alzheimer. Cosa ne pensa?

Stupisce perché era una delle aziende con la ricerca più avanzata. Altre indus­trie, come Roche o Gsk, avevano già li­mitato notevolmente gli investimenti nel campo delle neuroscienze. Tra il tempo e i finanziamenti necessari per la ricerca di molecole efficaci per il sistema nervoso e quello necessario per le sperimenta­zioni di fase I, II e III passano almeno die­ci anni, mentre la durata del brevetto non supera i venti anni. Evidentemente per un ente profit il tempo per lo sfrut­tamento economico non è sufficiente per ripagare gli enormi costi della ricer­ca, anche se la diffusione di queste pa­tologie è in grande aumento.

Studi come il vostro possono far in­vertire la rotta?

In effetti la ricerca sul sistema nervoso ri­schia di essere sviluppata per lo più in ambito accademico (università ed enti di ricerca) da realtà che tuttavia non pos­sono sostituire la ricerca industriale. Pos­sono stimolarla e fornire spunti, ma lo sviluppo industriale delle nuove terapie, che include i lunghi processi di speri­mentazione nell’animale e nell’uomo, può essere sostenuto solo dalle aziende farmaceutiche. Peccato che in Italia i finanziamenti per la ricerca di base e pre­clinica siano molto scarsi e che vi sia po­ca sinergia tra industria e accademia.